Enrico Berlinguer, Rinnovamento della politica e rinnovamento del Pci

Enrico Berlinguer

Lo sviluppo impetuoso del movimento per la pace, caratterizzato da contenuti e forme di partecipazione in parte diversi da quelli propri dei partiti, ci consente di riproporre il tema delle novità che si vanno manifestando nel rapporto tra le masse e la politica, sul quale avemmo occasione di riflettere dopo la campagna referendaria sull’aborto. Già allora rilevammo la necessità, soprattutto per un partito come il nostro, di liberarsi definitivamente e rapidamente da una visione riduttiva della politica e della lotta politica, che tende a misurarne i risultati solo in termini di voti per i partiti, di numero di seggi nelle assemblee elettive, di peso espresso in numero di posti e posizioni di potere, di formazione di schieramenti politici, parlamentari e di governo. Tutte queste cose sono importanti e, spesso, decisive; ma esse non devono indurre i partiti – e comunque un partito qual è il nostro – a ignorare o anche solo a trascurare il carattere e il valore schiettamente politici di quei fatti ai quali danno luogo movimenti e organismi che, sulla base di bisogni di esigenze della più varia natura, si manifestano e si affermano nella società e anche fuori dei partiti e che sono indice e conseguenza, a un tempo, di questioni nuove da risolvere, di aspirazioni, idee, costumi e comportamenti nuovi del nostro secolo.

Questi modi nuovi di pensare e di comportarsi – insieme a questioni decisive per il mondo di oggi e che grandi masse avvertono ormai in tutta la loro gravità, come quella del pericolo di una catastrofe atomica – toccano altre questioni umane e sociali importantissime come la famiglia, la vita di coppia, la sessualità, la maternità, la paternità, i rapporti tra genitori e figli, la tutela della salute, la serenità della vita quotidiana, lo svago e il tempo libero; e queste sono questioni alle quali sono sottese e connesse altre questioni non meno importanti come quelle del tenore di vita e della qualità della vita, dello stato dei servizi sociali e delle attrezzature civili, della possibilità o meno di avere una casa, di far studiare i figli, di assicurare loro un lavoro e un avvenire, di assistere gli anziani, e così via, che sono questioni la cui soluzione dipende da quali scelte si sanno fare per cambiare gli indirizzi della vita economica e produttiva.

Ora, tutti quei mutamenti e novità nei modi di comportarsi e di pensare che sono emersi in questi ultimi anni nella vita e nella coscienza anzitutto delle donne e dei giovani, ma anche in altri strati e aree della società – e che si sono rivelati nel referendum sull’aborto e, ora, nei movimenti per la pace, ma che si rivelano anche in mille altri modi – sono ormai divenuti parte sostanziale della politica, e in ogni caso della politica così come noi la intendiamo e va fatta oggi a differenza di ieri, e a differenza di come la concepiscono e la fanno tuttora gli altri partiti.

Negli ultimi cento anni, del resto, più volte sono cambiati i caratteri della politica. Fin verso la fine del secolo scorso la politica è stata qualcosa che si situava all’infuori e si fondava sull’esclusione delle grandi masse proletarie e popolari delle città e delle campagne. Quando queste masse hanno cominciato ad imporre la loro presenza – ciò avvenne via via con la nascita e l’affermazione del movimento socialista – si ebbe un primo mutamento della vita e della lotta politica, la quale dovette cominciare a fare i conti con i bisogni, le rivendicazioni, le aspirazioni, la realtà viva di queste masse. Le conseguenze si conoscono: ci fu una espansione della vita democratica, cambiarono i partiti e i rapporti tra di essi, sorsero i sindacati di classe nelle città e nelle campagne, cambiò la composizione delle assemblee rappresentative, si ebbero mutamenti nella politica economica. Si entrò, insomma, in una fase nuova che dette una sostanza nuova all’elaborazione e all’azione politica. Dopo il buio periodo d’opposizione e compressione del fascismo un altro sviluppo qualitativo e un altro allargamento del mondo della politica si realizzò quando, con la Resistenza antifascista e con la sua condusione vittoriosa, e con i grandi movimenti del dopoguerra, ebbe luogo un ben più ampio e impetuoso ingresso delle masse lavoratrici e popolari nella battaglia politica e nella vita della società e dello Stato. Così cambiarono ancora i partiti, soprattutto con la nascita dei partiti di massa. Cambiò, poi, la forma istituzionale dello Stato, da monarchia l’Italia divenne repubblica, e dallo Statuto albertino si passò alla Costituzione democratica. Cambiarono, di nuovo, in molti aspetti, i contenuti e le forme della lotta politica e sociale. Sorsero e si svilupparono le più varie associazioni e organizzazioni democratiche e di massa. Divenne più ricca la dialettica democratica e più estesa, più capillare la vita della democrazia. Per questo negli anni del centrismo e della guerra fredda il popolo italiano fu in grado di respingere gli attacchi diretti e a coartare e a tentare di affossare la libertà e le istituzioni democratiche, ciò che non fu possibile e comunque non fu fatto, nel biennio cruciale 1921-1922.

Oggi viviamo nel pieno di un’epoca che, mentre vede un irreversibile ingresso nella storia del mondo delle masse sterminate dei popoli già oppressi e sfruttati dal colonialismo e dall’imperialismo, conosce anche – in alcuni paesi, in particolare, fra i quali l’Italia – l’entrata sulla scena della storia e della politica (anzi, la presenza incalzante) di nuove forze, di nuove masse, di nuove aree sociali come le donne, i giovani e giovanissimi, gli emarginati di ogni condizione e di ogni strato sociale, decisi a contare imporsi, a far sentire le proprie aspirazioni e ad esigere che siano soddisfatte dalla società, dai partiti, dallo Stato. Questo fatto non è soltanto grandioso per le sue dimensioni, ma è sconvolgente per la qualità delle conseguenze che provoca proprio sul terreno della politica, perché ne cambia ancora una volta i termini secondo i quali essa veniva tradizionalmente intesa e fatta. È proprio di questo che ancora non ci si è resi conto pienamente, ed è proprio a misurarsi con queste novità che sono chiamati tutti i partiti democratici.

Deve far riflettere, a questo proposito, il fatto che anche in Italia, seppure in misura inferiore ad altri paesi di tipo occidentale, ha cominciato a manifestarsi un distacco fra notevoli strati della popolazione e i partiti. Lo si è potuto constatare anche nell’aumento delle astensioni dal voto e delle schede bianche o nulle; e lo si vede nell’atrofizzarsi della vita interna e della milizia attiva in quasi tutti i partiti. Non si può dire, tuttavia, che sia in atto una generale caduta dell’impegno politico, che anzi, per molti aspetti, tende a crescere, manifestandosi però anche fuori e indipendentemente dai partiti. Cosi è avvenuto, in parte, nel referendum sull’aborto e così avviene oggi nel movimento per la pace. Vi è qui la riprova della necessità di un rinnovamento dei partiti e dei loro modi di far politica, se si vuole evitare la crescita di un divario che può divenire assai pericoloso per le sorti della democrazia.

Non si tratta solo di seguire, di assecondare, di non ostacolare, ma di comprendere, di far proprie, d’interpretare politicamente e di far pesare nelle scelte politiche le insoddisfazioni, le ribellioni, le rivendicazioni che esprimono le masse contro la corsa agli armamenti, le spese militari, le minacce di guerra, contro i meccanismi capitalistici che tendono ad emarginarle e contro i partiti che mirano a strumentalizzarle (per garantirsi la propria sopravvivenza e prolungare la permanenza di quel sistema di potere clientelare cui essi hanno dato vita e a cui non vogliono rinunciare). Questa sensibilità, in qualche misura, il nostro partito l’ha avuta e molto ha già fatto in questa direzione nuova, che tra l’altro è decisiva per imporre la soluzione della questione morale e per far avanzare la prospettiva di un’alternativa democratica. Aveva ragione il compianto Di Giulio quando, pochi giorni prima della sua scomparsa, affermò la necessità di una rivoluzione copernicana nella concezione della politica, tale da rovesciare il rapporto tra contenuti e schieramenti. Ma su tale direzione bisogna progredire con più slancio di prima e, per farlo, ciò che siamo stati capaci di fare sinora non basta più. Tutto il partito in tutte le sue articolazioni e in tutti i suoi organismi, dalla sezione di fabbrica o di quartiere o di paese fino alla direzione centrale oggi deve prendere piena coscienza che queste forze nuove così vive e dinamiche nella società portano non solo esigenze ma anche intuizioni, indicazioni, proposte che esigono soluzioni generali nuove perché, pur risolvendo problemi che hanno un autonomo e specifico ambito, interessano tutti i cittadini, chiamano in causa l’assetto mondiale e quello della nostra società ed esigono quindi interventi e modi d’intervento diversi dal passato sia dei partiti che dello Stato, delle istituzioni, del governo centrale e del governi locali.

E quando ci si protende a stimolare e a dare forza ai movimento delle masse giovanili e delle masse femminili, o delle masse di disoccupati o degli anziani, si allarga l’orizzonte della politica, la si arricchisce di contenuti prima mai pensati. È proprio in questo impegno che la politica diventa milizia animata da una forte tensione ideale e morale.

In definitiva, bisogna decidersi a capire che la politica è chiamata oggi a considerare come suo compito diretto – naturalmente, per la parte che le spetta, ossia senza prevaricare sulle altre dimensioni della vita umana, e quindi senza pretendere di essere totalizzante – la soluzione anche di quei problemi che insorgono dallo svolgersi della vita delle persone, e dei rapporti tra le persone, e tra queste e le strutture della società e il sistema politico che innerva questa società oggi; ossia, nell’attuale determinato contesto sociale, culturale e morale.

Per esempio, la vittoria nel referendum sull’aborto ha espresso massicciamente una volontà del paese, la quale esige che lo Stato non lasci le persone sole di fronte a certi problemi umani, e giustamente pretende, invece, che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, intervenga con prowedimenti, con atti, con leggi, che aiutino la persona (la donna, il giovane, il disoccupato, l’anziano, lo studente, il bambino, il drogato) a risolverli nel modo migliore possibile per il singolo e per la società tutta quanta. Ma per ottenere che i poteri pubblici siano messi in grado di fare queste cose, vanno chiamati in causa il tipo e l’indirizzo dello sviluppo economico, i fini dell’attività produttiva e del lavoro umano, la politica della spesa pubblica centrale e locale, la funzione dei partiti, gli orientamenti ideali e culturali finora dominanti. E si può aggiungere anche un’altra cosa: non va superata soltanto quella concezione restrittiva della politica per la quale questa viene ridotta ai rapporti, ai giochi, alle schermaglie fra i partiti, fra maggioranza e opposizione, e tutto finisce lì, ma va superata anche una concezione tradizionale della lotta sociale e della vita della società, secondo la quale vengono considerate come degne di rilievo e di attenzione soltanto quelle masse, quelle organizzazioni e quei movimenti i quali esprimano esigenze e rivendicazioni di tipo economico- sindacale, non dando il giusto peso a quelle masse e a quei movimenti che non sono definibili e organizzabili secondo lo schema economico- sindacale, e che pure pongono esigenze e problemi non meno rilevanti politicamente e non meno decisivi per le sorti del paese, quali sono appunto le esigenze e i problemi che avanzano le grandi masse urbane e delle campagne che si raccolgono nel termine di emarginati.

Se si acquisisce fino in fondo questa concezione aggiornata della lotta politica e dei suoi contenuti, questa visione per tanti aspetti diversa da quella tradizionalistica, ma ancora largamente corrente, mi pare dovrebbe risultare evidente in quale direzione va promosso e concretamente attuato il rinnovamento del nostro partito. Ma va chiarito subito che non si tratta di quel presunto rinnovamento al quale ci sollocitano troppi nostri critici o mentori. Secondo costoro, infatti, il rinnovamento del Pci si avrebbe effettivamente solo in presenza della seguente novità: il nostro partito dovrebbe cessare di essere comunista dovrebbe finirla di essere diverso, dovrebbe cioè – come si ama dire oggi – «omologarsi» agli altri partiti, ossia diventare «più democratico» «più occidentale», «più europeo», ma nel senso di divenire, in ultima analisi, una formazione politica come ce n’è tante, inserita nel sistema vigente e protesa, tutt’al più, a parziali e settoriali aggiustamenti al suo interno. Insomma, per tutti costoro daremmo la vera prova della nostra capacità di rinnovarci solo se rinunciassimo a rimanere un partito che, per i suoi caratteri, per lo stile della sua vita interna, per la sua condotta, per i suoi ideali resta non assimilabile ai metodi di lotta politica, di governo, di gestione della cosa pubblica, al costume interno, ai modi di esercizio (e di abuso) del potere che caratterizzano gli attuali partiti non comunisti e anticomunisti italiani.

Per assurdo, saremmo gli autentici rinnovatori del nostro partito e dell’attuale sistema dei partiti se fossimo noi comunisti a cancellare la «questione comunista» e, quindi, a far venir meno la forza politica fondamentale che, proprio per la sua peculiarità e diversità, mantiene ineludibili due necessità vitali per la nostra Repubblica: la necessità di liquidare l’attuale sistema di potere costruito lungo trentacinque anni dai partiti non comunisti o anticomunisti con alla testa la Dc; e la necessità di lottare e chiamare alla lotta per liquidare quel sistema tutte le forze lavoratrici, popolari, democratiche, dentro e fuori i partiti: il che poi vuol dire svolgere un’azione unitaria per risanare e rinnovare i partiti stessi e i rapporti che oggi essi intrattengono tra loro, con lo Stato, con la società e dar luogo a un’alternativa democratica all’attuale sistema di potere imperniato sulla Dc. Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo anzi consensi e plausi strepitosi dai nostri sollecitatori, se ci rinnovassimo nel senso apparente e fasullo da essi suggerito e auspicato, ossia se cambiassimo nostra natura e divenissimo «uguali agli altri», se abdicassimo alla nostra funzione trasformatrice, dirigente, nazionale, se decidessimo di «recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio», ciò che sarebbe – come ha scritto di recente François Mitterrand – «il gesto suicida di un idiota». Non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà. Dunque, noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra possibile resa o collusione o omertà, presente o futura, verso quei metodi di gestione del potere che hanno inquinato e distorto il rapporto tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita economica e la società, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le fondamenta della nostra Repubblica.

Deve quindi essere condotta a fondo la lotta alla corruzione che sta diffondendosi in ogni campo della vita nazionale, e cioè la lotta contro ogni atto o tendenza rivolti a continuare ad adoperare per interessi privati e per fini di parte organi, strumenti, uffici, corpi e mezzi finanziari che sono pubblici, che cioè appartengono a tutti e devono stare al servizio di tutti i cittadini. Sta qui la principale garanzia di mantenere in vita la possibilità di un reale rinnovamento, la premessa indispensabile per poter riavviare qualcosa di serio, di pulito, di nuovo nella vita politica italiana: e noi sentiamo l’orgoglio di rappresentare questa speranza per il popolo e per la nazione.

Ma questa è, appunto, la premessa: occorre che ora la nostra riflessione prosegua e affronti i concreti contenuti dell’azione per rinnovare e per rinnovarci in modo autentico e non fittizio; dobbiamo cioè cercare di precisare in che cosa tale azione consiste dopo aver detto in che cosa essa non può e non deve consistere. E qui ritorna in luce l’importanza determinante che hanno oggi quei grandi temi e problemi, quelle aspirazioni neglette o insoddisfatte, quelle forze trascurate ed emarginate di cui ho parlato all’inizio e che devono divenire materia viva e nuova della politica e della lotta politica.

Immettere nella nostra elaborazione, nel nostro lavoro e nel nostro impegno quotidiano quei problemi e quegli obiettivi fino a ieri non considerati e affrontati a sufficienza, appropriarcene fino in fondo e sentirli come per un partito quale siamo comporta necessariamente una conseguenza pratica ben precisa: quella di promuovere e organizzare su di essi e attorno ad essi non solo iniziative specifiche e, per così dire, specialistiche, ma soprattutto movimenti di massa, sul piano locale e provinciale, e sul piano nazionale. È così che noi comunisti possiamo realizzare davvero e in modi appropriati e adeguati quella esortazione, che sentiamo rivolgere ai partiti con tanta insistenza, ma anche con tanta retorica vaghezza, e che viene espressa con la formula «aprirsi al sociale».

Ho parlato più sopra dei movimenti per il disarmo e per la pace (sorti e cresciuti in Italia dall’agosto a oggi con quei caratteri del tutto nuovi e con quella grandiosità che ha sbalordito tutti), come di un esempio di intervento delle masse che va matenuto, ripreso ed esteso. Ma potrei sottolineare l’enorme importanza innovatrice che hanno avuto e che debbono continuare ad avere, oggi e domani, i movimenti attorno alle questioni della condizione femminile, per l’emancipazione e la liberazione della donna (affermazione della sua dignità e dei suoi diritti di persona libera, di soggetto autonomo e autodeterminantesi come lavoratrice, come cittadina, come madre, ecc.); i movimenti per obiettivi che riguardano i problemi irrisolti e i temi che suscitano l’interesse dei giovani e delle ragazze (la nuova qualità della vita, il lavoro e l’occupazione, lo svago e lo sport, lo studio e la propria formazione di cittadino, l’amore, il sesso e la vita di coppia, la casa per le giovani coppie, la lotta contro la droga, ecc.); i movimenti per tutelare e migliorare la condizione degli anziani, nella convinzione che la «terza età» non è e non deve significare né lo squallore dell’abbandono in cui troppi vecchi vengono lasciati, né la passiva attesa della morte, ma è una stagione della vita che la società deve far sì che venga impiegata e fruita garantendo a essa tranquillità economica, utilità sociale, serenità personale. E movimenti di massa vanno suscitati e organizzati sui temi angosciosi ed esplosivi del Mezzogiorno e della situazione delle popolazioni meridionali (per imprimere una qualità nuova allo sviluppo, per uscire dal parassitismo e dal clientelismo che, nella vita politica ed economica di quelle regioni soprattutto, sono una dilagante cancrena, per debellare la camorra e la mafia), come anche sui temi non meno allarmanti e acuti della disgregazione sociale che impera soprattutto in quelle giungle costituite dalle periferie dei grandi centri e nelle aree dove vengono condannate a vivere le masse del sottoproletariato urbano e dei poveri. Se tutto il partito si mette a lavorare forte e sodo su tali questioni e a suscitare intorno ad esse movimenti di massa, non soltanto daremo un contributo grande alla loro soluzione, ma penso anche che andremo superando schematismi, verticismi, burocratismi nella concezione stessa della politica e nei modi di agire del nostro stesso partito. Inoltre – e ciò oggi è molto importante – continueremo e svilupperemo davvero il nostro carattere di grande partito di massa organizzato, ma un partito di massa di oggi, degli anni ottanta.

Nel 1944 Togliatti intuì la necessità, e poi delineò i tratti di fondo, di un Partito comunista italiano che non fosse più solo un’avanguardia di quadri (e tanto meno una setta di semplici propagandisti), ma un partito nuovo, di massa. A questo obiettivo e a questo compito, che a un giudizio superficiale potevano sembrare soltanto un mutamento della struttura organizzativa del partito, erano insiti e connessi una strategia politica democratica e un metodo di lavoro e di lotta democratica, volti ad affermare la funzione dirigente nazionale della classe operaia, una più ampia visione delle sue alleanze, una più alta e comprensiva concezione del gramsciano blocco storico da formare e realizzare per trasformare la società italiana in direzione del socialismo. Si trattava dunque di profondissime innovazioni nell’elaborazione teorica, nell’azione pratica, nella funzione del Partito comunista italiano, di una formazione rivoluzionaria che opera nell’Occidente capitalisticamente sviluppato, innovazioni che avevano portanza e rilevanza generali. Ma quel che voglio dire è che la scelta del partito di massa e l’azione che esso veniva chiamato a svolgere si riferivano a una determinata situazione storica e politica del paese, a una determinata condizione della società, a un determinato stadio del costume, a una determinata fase economica, a un determinato livello di coscienza del popolo italiano. In sintesi, era la situazione complessiva in cui il paese si trovava dopo la caduta del regime fascista (e dopo la sconfitta del nazismo in Europa), cioè all’indomani di un regime reazionario, totalitario, oppressivo, che aveva diseducato, estraniato, perseguitato le masse operaie, lavoratrici e popolari per impedire loro di intervenire nella vita politica e perciò le aveva coattivamente disabituate all’esercizio della democrazia.

Di queste masse escluse dalla politica noi allora favorimmo e sostenemmo – insieme agli altri partiti antifascisti – l’ingresso, unite e da protagoniste, sulla scena politica e dentro la vita delle istituzioni; ne accogliemmo l’anelito di libertà e le sollecitammo quindi al libero uso di tutti i diritti democratici che esse si erano conquistate e che quindi erano loro dovuti. A queste masse, inoltre, noi spalancammo le porta del nostro partito. E così il Pci divenne partito di massa, e come tale crebbe grandemente nel numero dei suoi iscritti e seppe instaurare suoi propri e diretti legami con la classe operaia e con i lavoratori, con le forze che individuò allora come sue prime necessarie alleate (i ceti medi delle città e delle campagne) e, più in generale, con tutti gli strati del popolo e della società.

Ma le forze e aree sociali verso le quali indirizzammo allora la nostra azione e la nostra iniziativa, e dei cui problemi e aspirazioni noi ci facemmo interpreti e, nella misura del possibile, risolutori, erano le forze del cambiamento proprie della società di allora, di quella determinata situazione esistente quasi quarant’anni fa. Oggi le masse escluse, non protette, che aspirano al cambiamento, o che comunque ne hanno bisogno, così come i problemi da conoscere, affrontare e risolvere sono in gran parte mutati; e più esteso è il terreno e più ampio, oltre che più complesso, è l’orizzonte della politica e dell’azione politica di un partito qual è il nostro, cioè di un partito di massa organizzato che vuole trasformare la società. Qui interviene qualcuno a dirci (e sembra non manchino coloro che lo vanno sostenendo anche nelle nostre file) che tra i cambiamenti intervenuti tra gli anni quaranta e gli anni ottanta ce n’è uno dal quale noi dovemmo trarre certe conseguenze circa il carattere del partito. Si fa osservare che spesso il rapporto molto basso che esiste in certe città e in certe zone tra gli iscritti al partito e i suoi elettori non determina conseguenze negative nel numero di voti che vengono a noi. Per conseguenza – si argomenta – dal punto di vista elettorale è ininfluente che si abbiano molti iscritti o pochi iscritti; in definitiva, conta di più fare opinione, richiamare l’attenzione, essere presenti nei mass-media, e così via. Se – si dice – riuscissimo a far divenire il Pci un grande partito di opinione che arriva a toccare i sentimenti, le coscienze, gli interessi della gente attraverso le comunicazioni di massa, non solo non perderemmo voti ma, forse, addirittura li aumenteremmo. Dunque – si conclude – aver un milione e settecentomila tesserati o averne la metà sposterebbe poco o nulla ai fini di conseguire il massimo peso elettorale.

In verità si possono citare molti dati ad esempio, che provano che molti iscritti portano anche più voti. Comunque, ed è questo il punto decisivo, a tener dietro a quei ragionamenti si finirebbe col divenire non un grande partito di massa moderno, ma un partito elettoralistico, un partito all’«americana», cioè un partito che penserebbe solo a prender voti, che svaluterebbe il lavoro a diretto contatto con la gente per aiutarla a ragionare, a organizzarsi, e a lottare, che svuoterebbe di ogni contenuto la milizia politica, che penserebbe solo ad avere più depulati, più senatori, più consiglieri, più assessori, più posti di potere. E tra l’altro, se diventassimo questo, non avrebbe alcun senso nemmeno il decentramento che andiamo compiendo, cioè lo sforzo organizzativo e politico che stiamo facendo per estendere capillarmente la presenza organizzata e l’iniziativa costante delle nostre sezioni, delle nostre zone delle nostre federazioni.

Ma un partito «rinnovato» a questo modo sarebbe ancora il Partito comunista italiano? Non sono forse l’elettoralismo e la caccia al potere per il potere i vizi degli altri partiti ai quali si vorrebbe che noi ci omologassimo? Conquistare più voti è certo indispensabile; dare più attenzione e realizzare una maggiore presenza nostra nella stampa, nella radio, nella televisione, in tutti i mezzi di comunicazione di massa, è giusto; essere più capaci di fare opinione su ogni problema grande e piccolo, è importante. Ma essere tanti comunisti non è forse ancora più importante? Io credo proprio di sì. Anzi, questo è il momento di fare più iscritti, e al tempo stesso di formare militanti, più consapevoli e attivi, di avere cioè più compagni e compagne impegnati in un lavoro preciso, con compiti ben definiti, con una carica politica, umana e ideale armati della quale si va e si sa stare tra le masse, con i loro problemi, le loro aspirazioni, con le loro rabbie, con le loro lotte; di compagni e di compagne più numerosi nei posti di responsabilità e di direzione pubblici e privati, che siano ben preparati, ben orientati, fedeli al mandato ricevuto.

Essere tanti comunisti e seri comunisti è la vera condizione anche per avere tanti voti, ma è soprattutto la garanzia di fare del nostro partito un sempre più saldo e consistente strumento del reale rinnovamento e dello sviluppo del paese.