GENNARO LOPEZ – Questione sociale e questione ambientale: una nuova fase del capitalismo nel pensiero di Enrico Berlinguer

GENNARO LOPEZ – Intervento al convegno di studi Centralità del lavoro e trasformazione della società nel pensiero di Enrico Berlinguer, promosso da Futura Umanità Associazione per la storia e la memoria del Pci e dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università, Brescia 21 ottobre 2014storico00017e77cxw200h317c00

Il pensiero socio-economico di E. B. si sviluppa lungo un decennio (1973-1983) segnato da eventi destinati ad incidere fortemente sulle politiche degli anni successivi. Già nel dicembre del 1973, intervenendo alla riunione del CC del Partito, offre una lettura della crisi che pone al centro il suo carattere internazionale: essa “investe l’intera Europa occidentale e l’insieme del mondo capitalistico”; non è solo “la crisi del petrolio”, in quanto “interessa tutto il settore dell’energia e quello del rifornimento delle materie prime” ed ha “stretti legami con la tempesta monetaria … scatenata dalla svalutazione del dollaro nel 1971”. Pur senza sottovalutare né il ruolo delle grandi compagnie petrolifere internazionali (le “sette sorelle”) né l’eventualità che la crisi venga utilizzata a vantaggio di interessi imperialistici e capitalistici, B. vede nell’aumento del prezzo del petrolio e di altre materie prime “prodotte nei paesi in via di sviluppo” il “sintomo di un fenomeno di fondo più generale, destinato a durare nel tempo e a svilupparsi”, cioè il “risveglio dei popoli oppressi”, un “moto di emancipazione dei popoli del terzo mondo” definito come “fenomeno grandioso” e “processo irreversibile”. (Continua a leggere…) C’è qui un passaggio-chiave dell’analisi berlingueriana, a mio avviso fondamentale per comprendere buona parte delle elaborazioni e delle proposte politiche successive. Egli afferma: “La nuova situazione può contribuire a sollecitare i movimenti operai di tutti i paesi capitalistici a liberarsi dalla egemonia borghese, a conquistare la pienezza della propria autonomia ideale e politica, a lottare con più decisione e slancio per una trasformazione profonda della struttura sociale ed economica e degli indirizzi dello sviluppo nazionale, e a trovare le vie del benessere in modi, certo in larga misura, necessariamente diversi da quelli finora praticati, ma anche più giusti, più veri, più umani … per una diversa qualità della vita”.
Il punto di vista esplicitamente di classe resterà tale -come avrò modo di evidenziare- fino alla fine del decennio. Così come resterà tale l’idea di trovarsi in presenza di una crisi strutturale del capitalismo. La flessibilità della proposta politica (prima quella del compromesso storico, poi quella dell’alternativa democratica), in ragione della specifica situazione e dei reali rapporti di forza del momento, si innesta, in Berlinguer, su un solido apparato critico che gli consente di ancorare l’analisi di fase ad una visione coerente e del tutto priva di arbitrari o strumentali salti interpretativi. Chi non veda questo dato viene facilmente e fatalmente attratto dall’idea dei “due Berlinguer”, idea a mio avviso del tutto errata e superficiale.
Quanto alla situazione italiana, sempre nella stessa occasione B. afferma che “l’Italia è forse il paese del mondo capitalistico europeo più colpito e minacciato dallo sconvolgimento economico in atto” in quanto è fallito “un modello di sviluppo che è stato fra i più fragili e distorti dell’intero mondo capitalistico” (regime di bassi salari, drenaggio di risorse dal Mezzogiorno, abbandono della difesa del suolo, produzione di autovetture come elemento trainante dello sviluppo industriale, devastazione delle città per la selvaggia speculazione edilizia, politica dell’energia affidata in gran parte ai petrolieri privati, ecc.); ma la crisi viene vista come “una grande occasione per avviare un processo di trasformazione e di rinnovamento della nostra società … una trasformazione profonda dei modi dello sviluppo economico, sociale e civile del paese e della stessa struttura della produzione e dei consumi … introducendo nella struttura -appunto- economica e sociale e nei modi di vita dei cittadini almeno alcuni elementi che non esitiamo a definire di socialismo” (politica di programmazione per il “passaggio a un tipo nuovo di sviluppo economico e di organizzazione sociale”: trasporti pubblici, nuovo assetto urbanistico ed edilizio, nuova struttura della vita cittadina per una dimensione più umana della città, riconversione profonda di vasti settori dell’apparato industriale -mezzi di trasporto pubblico, prefabbricati leggeri-, un piano per l’agricoltura che preveda recupero di terre abbandonate e difesa del suolo).
Dal 10 al 12 dicembre 1974 si tiene la riunione del CC in preparazione del XIV Congresso (Roma, 18-23 marzo 1975). Anche in questa occasione, al centro dell’analisi viene posta “la crisi che attraversano le società capitalistiche su scala mondiale … una crisi profonda e di tipo nuovo, dovuta al concorso di grandi processi di portata storica quali: il mutamento dei rapporti di forza tra paesi imperialisti e paesi socialisti; l’ingresso e il peso crescente nell’area mondiale dei popoli e degli Stati prima soggetti al dominio coloniale; e l’esplodere delle contraddizioni intrinseche ai meccanismi economici sociali che hanno caratterizzato lo sviluppo post-bellico dei paesi capitalistici più progrediti … una crisi che investe tutti i campi: l’economia, la politica, la cultura”. Dunque, Berlinguer appare sempre più convinto che ci si trovi di fronte ad una crisi strutturale e di sistema e compie un ulteriore passo avanti su questo terreno là dove afferma che “sarebbe sbagliato fermarsi all’analisi dei processi economici … sono cresciuti il peso sociale e la coscienza politica della classe operaia, come provano le lotte che si sviluppano nei paesi capitalistici … in vasti strati sociali, e soprattutto fra i giovani, oltre che nella classe operaia, si sviluppano vasti fenomeni di ribellione contro gli aspetti più intollerabili e degradanti di una organizzazione sociale basata sul profitto, sullo sfruttamento, sulla distorsione dei consumi, sulla alienazione … Il capitalismo nella sua fase imperialistica … sacrifica essenziali valori umani (degli individui, di collettività, di nazioni) sull’altare del massimo profitto delle grandi concentrazioni industriali e finanziarie, nazionali e multinazionali … Questo non vuol dire che il capitalismo è vicino al suo crollo o è senza via d’uscita … però vi sono pure possibilità nuove per avviare cambiamenti, trasformazioni profonde, anche di tipo socialista. In altri termini, il quadro attuale del capitalismo … ripropone la prospettiva e la necessità storica del socialismo”. Faccio notare come qui l’analisi berlingueriana, che è una denuncia a tutto tondo di storture e ingiustizie del sistema capitalistico, proponga come decisivi due elementi: la forza antagonistica della classe operaia e il protagonismo politico dei movimenti di massa, in particolare di quelli giovanili. Decisivi rispetto a quale obiettivo? Leggiamo. “Di fronte a tutte le forze progressive e rivoluzionarie stanno oggi due grandi compiti, fra loro collegati: uno è la costruzione di un nuovo assetto del mondo, l’altro è la creazione di una nuova organizzazione della vita sociale, economica e politica nei singoli paesi. Questi compiti richiedono entrambi lotte assai dure e, in pari tempo, proposte costruttive e grandi iniziative politiche unitarie”. Quando poi applica questa analisi della fase al caso italiano, E. B. osserva che “la crisi italiana è cominciata prima non soltanto della crisi del petrolio (novembre 1973) ma anche della svalutazione del dollaro (agosto 1971) e del terremoto valutario e monetario che la seguì. Infatti, fin dal 1970 si manifestò in Italia un ristagno produttivo che era già l’indice che il meccanismo economico e sociale si era inceppato … Quale è stato dunque il vero momento della svolta per l’economia e la società italiana? Esso iniziò quando il movimento operaio e popolare riuscì ad infliggere colpi duri alle politiche e agli strumenti con cui i gruppi dirigenti avevano imposto uno sviluppo aleatorio, distorto e iniquo. Ciò avvenne a partire dalle grandi lotte del 1968-’69 e dalle loro conquiste”. In quel dicembre 1974 Berlinguer parla di “odierna realtà della recessione”, denuncia come, anziché avviare un “nuovo modello” (o “meccanismo”) di sviluppo, si sia avviata “una miope politica di misure meramente congiunturali, rivolta solo a ridurre in modo indiscriminato la domanda, spingendo così verso una generale depressione produttiva e quindi alla riduzione dell’occupazione … dentro la crisi -aggiunge- prende forma e si sviluppa un aperto attacco di classe contro gli operai, contro i sindacati, contro l’intero movimento popolare”. In risposta a quell’attacco, Berlinguer vede la necessaria trasformazione dello sviluppo economico, della vita sociale, del blocco di potere e dei valori ideali e morali come condizione per “uscire progressivamente fuori dalla logica del sistema capitalistico”, attuando “misure e indirizzi che sono per alcuni aspetti di tipo socialista”. A conferma della profondità della crisi, B. prende in considerazione anche aspetti di un crescente degrado culturale, in particolare quelli che si manifestano attraverso “l’estendersi di tendenze irrazionalistiche e nichilistiche, di correnti oscurantistiche”, fa un richiamo a Gramsci e al suo concetto di “blocco storico”, in cui “contenuto economico-sociale e forma etico-politica si identificano concretamente”, rivendica l’ampio respiro riformatore degli ideali del movimento operaio: “la liberazione e la valorizzazione del lavoro, l’emancipazione femminile, il diritto all’istruzione e alla cultura per tutti, la giustizia sociale, la piena espansione delle libertà democratiche, lo sviluppo, in tutti i campi, di un’effettiva partecipazione popolare al governo della società”.
Credo si possa affermare che proprio in quel CC veniva data forma e sistemazione organica ad una strategia e ad un progetto politico (con una ipotesi alternativa e organica di welfare state) che avrebbe rappresentato la base di tutti gli sviluppi successivi e avrebbe coinvolto in ulteriori elaborazioni di tipo progettuale e programmatico l’intero gruppo dirigente del PCI (XIV Congresso, politica c.d. “dell’austerità”, Proposta di progetto a medio termine, XV Congresso, Materiali e proposte per un programma di politica economico-sociale e di governo dell’economia del giugno ‘82) fino al XVI Congresso nazionale (Milano, 2-6 marzo 1983). Ci saranno riprese, sottolineature, aggiornamenti, ma la linea interpretativa della fase storica del capitalismo resterà sostanzialmente la stessa. La politica dell’austerità intesa come leva di un possibile nuovo modello di sviluppo è il cuore di due tra i più noti discorsi di E.B.: quello del gennaio 1977 al Teatro Eliseo di Roma e quello del marzo successivo al Lirico di Milano. Mi limito ad una sola citazione: “La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura”.
Ci fu un limite nella lettura che Berlinguer diede della crisi degli anni Settanta? Il principale limite fu forse quello di sottovalutare o di non pre-vedere gli elementi di dinamismo e le capacità di ristrutturazione del capitalismo. Va detto che neppure sacerdoti e aruspici del capitalismo seppero, in quegli anni, prevedere granché. In realtà, nel momento in cui sembrava essersi impantanato in una crisi irreversibile, il capitalismo ebbe la capacità di aprire una nuova fase storica del suo sviluppo nel segno di una rivoluzione informatica e tecnologica, di un aumento delle attività terziarie e di una de-localizzazione dei processi produttivi. Tutto ciò produsse l’effetto di una espansione dei consumi e dei soggetti in grado di consumare. Si profilava inoltre una lunga offensiva ideologica neo-conservatrice – inaugurata dalla coppia Margaret Thatcher-Ronald Reagan – che oggi pare essersi infranta davanti all’attuale crisi, ma che ha cambiato anche il modo di essere della sinistra. In ogni caso, fu merito indiscutibile di E. B. quello di aver elaborato una critica qualitativa del sistema capitalistico italiano e occidentale, andando nel profondo, al senso generale dello sviluppo: che cosa produrre e perché produrre, svelando la connessione tra contraddizione sociale e contraddizione ecologica. Alcune domande fondamentali che sono alla radice del pensiero berlingueriano (quale senso dare al lavoro? quale alla produzione?) sono più che mai attuali. La particolare attenzione al mutamento e alla sostenibilità dei modelli di produzione e di consumo costituisce il cuore della riflessione di Berlinguer. Non credo che oggi avrebbe sposato la teoria della decrescita di Serge Latouche, ma piuttosto si sarebbe espresso per uno sviluppo compatibile con l’ambiente e con una qualità della vita più umana. Egli era persuaso che il divario fra il nord e il sud del mondo avrebbe dovuto obbligare l’Europa a qualificarsi come soggetto politico forte e unitario, avvertiva inoltre la necessità di interconnettere la politica italiana con l’ambito internazionale dentro un quadro di «governo mondiale» dell’economia, anticipando temi propri della “globalizzazione”.
Il nucleo più innovativo e fertile è rappresentato dalla permanente ricerca della coerenza tra le proposte immediate e la prospettiva. Ed è proprio qui che l’ecologismo trova un proprio caposaldo in quanto la politica viene concepita come la realizzazione concreta della responsabilità sociale ed ecologica, la testimonianza della possibilità reale di uno sviluppo altro. Leggendo il Progetto a medio termine (1977) si coglie l’intreccio tra questione sociale e nuova qualità della sviluppo. Ma in più occasioni, in quegli anni, B. affronta le grandi contraddizioni ecologiche come il dissesto idrogeologico, la riforma del modello energetico, l’inquinamento e la qualità ambientale (varrà la pena di ricordare che il 10 luglio dell’anno precedente una nube tossica di vaste dimensioni, contenente diossina, si sprigionò dallo stabilimento ICMESA di Meda, vicino a Seveso, tra Milano e il Lago di Como; persone, animali e vegetazione furono duramente colpiti e l’opinione pubblica ne fu fortemente scossa). Il 25 maggio 1982 E. B. interviene a Milano al congresso nazionale della FGCI e osserva: “uno sviluppo quantitativo imponente, ma incontrollato ha già determinato non solo la possibilità, ma la minaccia concreta di rovine ecologiche gravissime e irreparabili … per tutti gli anni ’60, imperava il vacuo ottimismo del progresso incessante, del benessere che si sarebbe via via diffuso”, ma ora esplodono “contraddizioni che rasentano ormai l’assurdità -tra abissi di miseria e culmini di ricchezza, tra spreco degli armamenti e bisogni elementari insoddisfatti”, “contraddizioni nuove del nostro tempo … che attengono ai problemi del rapporto tra risorse e popolazione, tra sviluppo e ambiente e che non si possono affrontare senza porsi l’obiettivo … di una guida più razionale e più democratica dei processi economici e sociali sul piano nazionale, europeo e mondiale”. Alla radice di queste affermazioni c’era un’idea di società basata sullo sviluppo sostenibile, sulla lotta alla povertà, sulla responsabilità sociale ed ecologica del mercato, sull’eguaglianza sociale, sulla democrazia, sulla pace, sul valore della diversità di genere e sulla responsabilità verso il vivente non umano. Si intendeva, cioè, affermare una politica di cambiamento capace di introdurre una responsabilizzazione sociale del mercato e dei processi economici necessari per una profonda correzione del modello individualistico, quantitativo e consumistico su cui era cresciuta l’economia italiana e più in generale quella occidentale. Sono gli stessi obiettivi indispensabili oggi per uscire dalla crisi strutturale del capitalismo finanziarizzato. Berlinguer li chiamava “elementi di socialismo”. Ma ci si era ormai inoltrati nei fatali anni ’80 e i veleni della scuola di Chicago avevano già largamente inquinato analisi e ricette delle élites economiche mondiali. In Italia quei veleni si manifestano, tra l’altro, con la proposta di abrogazione della scala mobile, contro la quale E. B. ingaggerà la sua ultima, grande battaglia: noi la assumiamo come testimonianza finale della indiscutibile coerenza del suo pensiero politico. Il 26 novembre 1982, intervenendo a Firenze al convegno di Confindustria su “Lo Stato e i soldi degli italiani”, B. denuncia apertamente il proposito degli industriali di “prendersi una rivincita di classe” e afferma che “l’atteggiamento assunto dalla Confindustria colpisce prima di tutto e direttamente la classe operaia e le masse lavoratrici e popolari”, quindi richiama ancora una volta, con forza, il senso della proposta politica dell’austerità: “La nostra proposta non poteva non presupporre … una convergenza tra tutte le forze interessate al più alto e più sano sviluppo delle energie e delle potenzialità produttive del paese, senza offuscare l’autonomia dei gruppi e ceti sociali, gli inevitabili e limpidi contrasti di classe, ma liberando ciascuno dalle sterili e dannose angustie di un corporativismo aggressivo e disgregante”. Tutto l’intervento davanti alla platea degli industriali si sviluppa intrecciando la denuncia delle scelte di politica economica che penalizzano la classe operaia, i lavoratori, e proposte puntuali di politica economica e fiscale (compresa l’ipotesi di “una imposizione generale sul patrimonio”). A ben vedere, proprio in questa capacità di tenere insieme il punto di vista della classe e la visione dell’interesse generale del paese sta la ‘diversità comunista’ di cui parlava Berlinguer: “La principale diversità [del Pci] … sta proprio in ciò: che noi comunisti non rinunciamo a lavorare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per una radicale trasformazione degli attuali rapporti tra le classi e tra gli uomini, nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non rinunciamo a costruire una ‘società di liberi e uguali’, non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la ‘produzione delle condizioni della loro vita’ … Questo è il modo in cui noi stiamo nella storia, è la tensione e la passione con cui noi agiamo in essa, è la speranza indomabile che ci anima in quanto rivoluzionari”. (Intervista a Critica marxista del marzo 1981).

Testi di riferimento:
– Intervento al CC del 17-18 dicembre 1973 (Cambiare il meccanismo di sviluppo).
– Rapporto e conclusioni al CC del 10-12 dicembre 1974 (Per uscire dalla crisi).
– Relazione e conclusioni al XIV Congresso nazionale del PCI (Roma, 18-23 marzo 1975).
– Rapporto e conclusioni al CC del 18-20 ottobre 1976 (Elementi di socialismo).
– Discorso al Teatro Eliseo di Roma, gennaio 1977 (Austerità come leva di sviluppo).
– Proposta di progetto a medio termine, Roma 1977.
– Discorso al Teatro Lirico di Milano, marzo 1979 (Cooperazione col terzo mondo).
– Relazione e conclusioni al XV Congresso nazionale del PCI (Roma, 30 marzo-3 aprile 1979).
– Introduzione al “Contemporaneo” del 6 dicembre 1981 (Nuovi bisogni, qualità della vita).
– Discorso al Congresso nazionale della Fgci, Milano 25 maggio 1982 (La questione ecologica).
– Materiali e proposte per un programma di politica economico-sociale e di governo dell’economia (giugno 1982).
– Intervento al convegno della Confindustria su “Lo Stato e i soldi degli italiani” (Firenze, 26 novembre 1982).
– Relazione e conclusioni al XVI Congresso nazionale del PCI (Milano, 2-6 marzo 1983).