Quando c’era Berlinguer

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Manifesto del film “Quando c’era Berlinguer”

di Giuseppe Pierino*Quando c’era Berlinguer

come recita il titolo del film di Veltroni – la crisi s’addensava all’orizzonte. Per scongiurarla egli cercò un’intesa per un cambiamento radicale: rinnovare la democrazia, riformare la politica, trasformare il sistema economico-sociale. Lottò per moralizzare la vita pubblica e impedire che i partiti occupassero e degradassero lo stato. E immaginò una politica d’austerità fatta non di lacrime e sangue come sta avvenendo, ma di tagli a sprechi, privilegi e consumi superflui per riconvertire il modello produttivo, garantire a tutti standard di vita più elevati, “dare un senso e uno scopo… ad una scelta obbligata, duratura e al tempo stesso condizione di salvezza”. Dunque austerità per un cambiamento culturale profondo, consumi pubblici e privati volti a un generale arricchimento umano, piena sostenibilità ambientale. Ma superata col suo aiuto l’emergenza petrolifera, DC e ceto politico gli voltarono le spalle nel pieno dell’attacco terroristico; il tentativo naufragò nel muro di gomma della DC intenta a spremere, logorare ed isolare i comunisti ed il fallimento del compromesso storico sgombrò la strada ad una crescente degenerazione della vita pubblica, all’impoverimento del tessuto produttivo e al declino. L’eccessivo indebitamento servì infatti a garantire una più tranquilla sopravvivenza, perpetuare il potere dominante, fiaccare le coscienze illudendole d’un benessere illimitato mentre si dissipavano risorse immense a scapito delle generazioni future. Così l’Italia si votò a un ceto politico-affaristico (dal Caf: Craxi Andreotti Forlani, sino a Berlusconi) finito poi alla gogna, e passo dopo passo precipitò nel degrado stupendamente descritto da Sorrentino ne La grande bellezza.
Strappare Berlinguer da questo contesto è come togliergli l’anima. Qui si rivela la sua proposta, la peculiarità ed attualità del suo pensiero, l’assillo per le sorti del paese: la questione morale, l’austerità, la diversità, il senso dello stato che caratterizzarono la sua riflessione e la sua azione politica. Per chi l’avversò è difficile comprenderlo. Ma come uscire dalla crisi, in una fase pur così diversa: la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, la stretta che affoga l’Italia sfuggendo alle questioni allora poste da Berlinguer? Dopo l’uccisione di Moro egli si svincolò dall’abbraccio mortale della DC con realismo ed onestà. Il guado non fu certo semplice, “rischiammo – disse a Scalfari – una sconfitta che poteva metterci in ginocchio”. Tuttavia non ebbe il tempo per radicare e mettere in sicurezza l’alternativa democratica anche per le resistenze interne al gruppo dirigente che la considerava una linea moralistica e identitaria, non la necessaria correzione di rotta. Come andò a finire, è noto. Ma la dura realtà avrebbe chiarito quant’era lucida l’analisi, coerenti le proposte, profetico lo sguardo sul futuro: “I partiti non fanno più politica…hanno occupato lo stato e le sue istituzioni…la questione morale, nell’Italia d’oggi, fa un tutt’uno con l’occupazione dello stato…è il centro del problema italiano… se si continua in questo modo la democrazia rischia di restringersi…di soffocare in una palude” (intervista a Scalfari del 28.7.1981). Tutto appare oggi più chiaro, ma non c’e chi lo riconosca tra quanti respingevano, in nome della modernità, l’insistente richiamo giudicato pauperizzante, regressivo e impolitico secondo un arretrato cliché avversato dal pensiero ambientalista e fatto a pezzi dai teorici della decrescita.
Il film di Veltroni inquadra, in apertura, frotte di giovani che non sanno più chi fosse Berlinguer. E a scorno dei suoi eredi tornano in mente i versi: “Sugli estinti/non sorge fiore, ove non sia d’umane/lodi onorato e d’amoroso pianto”. Le immagini hanno un forte potere evocativo e possono suggestionare e commuovere. Sfugge ai più che può far sua l’idea della diversità chi la ritenne una vana riaffermazione d’orgoglio; o che i vertici del PDS-DS si fossero presto convertiti a un ideale di normalità al punto che su euromissili, scala mobile, alternativa democratica un suo segretario rinnegasse spudoratamente la “deriva identitaria e solipsistica di un partito che di fronte al presente non [seppe] opporsi alle sirene del passato”. Del resto ben riassume le ragioni del distacco l’odierno epitaffio d’un vecchio dirigente al passo coi tempi: “La storia di Berlinguer e della sua epoca è storia conclusa. Siamo entrati in un’epoca diversa. Lo vedo con i miei, mi rispettano, mi amano ma non capiscono cosa c’è stato”. Ma è difficile contestare che l’Italia affronti invece un passaggio sconvolgente senza scorgerne il senso, e una guida capace, nel vuoto lasciato dalla sinistra.
La trama del film presenta scarti notevoli: difetta il lungo apprendistato, la crescita intellettuale e umana del dirigente comunista mentre sfuggente è il Berlinguer delle battaglie sociali, dell’alternativa e della diversità: diversità dagli altri partiti, diversamente da come pare intenderla Napolitano, nonché immunizzazione del proprio rispetto alle inevitabili tentazioni. Carenze che inficiano la parte più curata relativa al dibattito, ed allo scontro, che ha attraversato il movimento comunista internazionale: la natura autoritaria e burocratica del socialismo reale, la necessità d’aprirsi alla democrazia, l’autonomia dei singoli partiti e la ricerca di nuove relazioni internazionali. Resta in ombra, infatti, il suo esser comunista, portatore semmai di una più evoluta concezione ideale che fu del PCI pur nell’aspra critica del socialismo realizzato. Come scrisse Pintor, egli “fece di un ideale un modo d’essere”, e fu amato per questa sua semplicità, coerenza, tenacia più che per la sua timidezza e l’apparente fragilità.
Si è detto che con Berlinguer è morto il PCI, cosa vera solo nel senso che sarebbe stato altrimenti impossibile liquidarlo in quel modo. Il PCI in realtà morì quando Natta fu defenestrato con un colpo di mano nel totale silenzio del gruppo dirigente. La caduta del muro offrì solo un pretesto, ma ormai corroso nei gangli decisivi il suo destino era segnato. Altri invece argomenta che il disegno politico di Berlinguer – dal compromesso storico all’alternativa, alla difesa della scala mobile – sia naufragato per cause e limiti intrinseci. Cosa non vera, pur non mancando gli errori: il compromesso storico, segnato dal golpe in Cile, era infatti una costruzione complessa, di largo respiro, suggerita dall’analisi pessimistica della situazione italiana, dei rapporti internazionali e dell’aggressività dell’America. Non un cedimento in cambio, magari, di qualcosa, ma un diverso e più avanzato terreno di lotta che non giustificava pertanto un’eccessiva fiducia nella DC e forse, nella fase d’avvio, avrebbe richiesto tempi più lunghi, maggiore cautela e cura al rapporto col PSI di De Martino e le altre forze laiche e democratiche. Ma questo è altro discorso. E purtroppo una perdurante reticenza ha impedito di far piena luce sulla vicenda da cui prese l’abbrivio la scomparsa del PCI e la presente deriva.
I protagonisti restano legati a un riserbo sconosciuto nel vecchio PCI, ma il diverbio tra Tortorella e Macaluso (esplicitatosi sul Corriere della sera dopo l’uscita del film, sull’isolamento dell’ultimo Berlinguer nello stesso gruppo dirigente del suo partito) sottende una storia che brucia ancora. Duole perciò che non ci sia storico interessato a indagare. E’ un po’ come per la guerra fredda, la grande impostura che ha drammaticamente deviato il corso della storia e ancora condiziona le scelte politiche, guardata con remissività. Ma un colossale imbonimento, o la silenziosa copertura d’una interessata rimozione, non può cancellare il diritto dell’uomo a conoscere, e vivere, il suo mondo reale.
Già Deputato eletto nelle liste del Pci – Nato a Cetraro (Cosenza, Calabria) il 15 gennaio 1937