“Nella Resistenza romana” di Alfredo Reichlin

Intervento pronunciato al convegno della Igs Italia «Valentino Gerratana “filosofo democratico”» (Roma, 18-19 novembre 2010), ora in Valentino Gerratana “filosofo democratico”, a cura di E. Forenza e G. Liguori, Roma, Carocci, 2011.

Ricordo il giorno in cui incontrai Valentino Gerratana. Era l’inverno del 1944 nella Roma occupata dai tedeschi. L’appuntamento era in una piccola trattoria vicino Piazza Fiume. Mi è rimasto impresso il suo volto: magrissimo, con la barba nera mal rasata che rendeva i suoi occhi più tristi e severi. Poche parole e lunghi silenzi. Luigi Pintor e io eravamo ragazzi. Avevamo preso la licenza liceale solo pochi mesi prima. Era lì che qualcuno ci aveva detto che avremmo potuto incontrare l’uomo del “centro”, questa parola pronunciata a bassa voce e con enorme circospezione che indicava il Comando segreto dei comunisti.

Guardando quell’uomo che mi sembrava senza età pensai: finalmente si fa sul serio. Valentino corrispondeva infatti perfettamente all’immagine che mi ero fatta di un capo comunista: un uomo i cui ordini non erano discutibili. Di cui ci si poteva fidare. Che poteva dirci dove e come cominciare a sparare. E così fu. Qualcuno – credo Lucio Lombardo Radice – aveva garantito per noi tre (Luigi Pintor, Arminio Savioli e io) come nuovi e affidabili possibili “gappisti”. Così, formammo una cellula, cioè quell’unità combattente di base che per le ragioni della sicurezza clandestina poteva avere rapporti con l’insieme della rete solo attraverso una persona. Quella persona era Valentino Gerratana, nome di battaglia “Santo”. Il nostro compito era “rendere la vita impossibile all’occupante”: queste furono le direttive generali che ricevemmo da “Santo” quel giorno.

In quei mesi febbrili e sconvolgenti (per me almeno) io lo rividi – stando ai miei ricordi – forse solo un’altra volta. Poi in una stupenda giornata di sole in una Roma chiassosa e volgare piena di prostitute e di borsari neri, con le strade percorse da traballanti camioncini pieni di gente e dalle camionette americane, lo rincontrai. Eravamo stati convocati dal Partito (entità per me ancora misteriosa) in un grande caseggiato di ferrovieri in viale Regina Margherita, dove abitava uno di noi. Per conoscerci e per festeggiare. È lì che vidi per la prima volta le facce di quei venti giovani sconosciuti che avevano colpito duramente la guarnigione tedesca di Roma, fino all’attentato di via Rasella, e l’avevano costretta sulla difensiva fino a fissare il coprifuoco alle cinque del pomeriggio. Eravamo i componenti del famoso Gap centrale. Un pugno di giovani intellettuali, parecchi dei quali diventeranno poi famosi: Salinari, Calamandrei, Gerratana, Trombadori, Bentivegna, Carla Capponi e altri e altre. Tra costoro c’era anche Marisa Musu, che diventò la prima moglie di Gerratana. Scarsissima la presenza di proletari.

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1945, Roma. Dall’alto e da sinsitra: Alfredo Reichlin, Tullio Pietrocola, Giulio Cortini, Laura Garroni, Maria Teresa Regard, Franco Calamandrei, Valentino Gerratana, Duilio Grigioni, Marisa Musu. Sotto accovacciati: Arminio Savioli, Francesco Curreli, Franco Albanese, Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Carlo Salinari, Ernesto Borghesi, Raoul Falcioni. Seduti davanti al gruppo: Fernando Vitagliano e Franco Ferri. Sdradiato: Pasquale Balsamo

Quei giovani non venivano da Mosca o dall’esilio, ma dalle scuole e dalle università italiane, e ciò che li animava non erano tanto i testi del comunismo (che avremmo letto dopo), ma uno strano impasto ideale e culturale che non si riduceva al mito sovietico e che si era formato negli anni ’30. Era nato in quegli anni un sentimento nuovo, l’antifascismo, che ripensava la grande tradizione democratica dello storicismo italiano e al tempo stesso si mescolava con le esperienze più moderne del Novecento europeo. Dopo il grande cinismo da straniero in patria alla Prezzolini e l’edonismo dannunziano, nasceva una cultura che si chiamò dell’impegno e le cui tracce erano visibili perfino nell’attualismo “gentiliano”. Il mito sovietico contava naturalmente. Ma se quegli anni ’30 furono così importanti è perché vi successe di tutto: l’avvento dei fascismi e gli spettacolari trionfi della pianificazione sovietica, la guerra di Spagna e le prime esperienze socialdemocratiche. Insomma, quell’insieme di cose che avevano alimentato la cosiddetta “guerra civile europea”. È in quegli anni e in quella temperie che le avanguardie giovanili scoprirono il famoso impegno. Così fu anche per Valentino.

Egli era nato a Scicli in Sicilia nel 1919 ed ebbe i primi contatti con l’organizzazione comunista clandestina nel 1939, a Salerno, dove frequentava il corso allievi ufficiali. Suo compagno di corso era Giaime Pintor, ed è lì che i due si conobbero e diventarono amici. Giaime, qualche anno dopo, lo presentò a Carlo Salinari, fine letterato, critico d’arte, allievo di Sapegno, capo partigiano, uomo di una freddezza e lucidità impressionanti. Credo che cominciò l’impegno politico di Gerratana: perciò nella mia mente quei due giovani (Giaime e Valentino) vivono insieme. Pur molto diversi tra loro soprattutto per il temperamento e il rapporto col mondo, gli amici, il gusto della vita, io credo che valga per tutti e due quel brano dell’ultima lettera di Giaime al fratello Luigi, che riletta oggi mi sembra di una drammatica attualità: «la corsa verso la politica – notava Giaime – è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l’ultima generazione romantica». E continuava osservando che «fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si rende “disponibile”, che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento».

«Questo – aggiungeva Giaime con parole molto pesanti – vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa. L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato di emergenza». La lettera continua, ma io qui mi fermo. Ho citato queste parole perché balzano agli occhi le somiglianze con il nostro tempo, ma anche le differenze da allora.

Se mi è consentita una nota personale, vorrei dire soltanto che Giaime era stato il nostro fratello maggiore, un grande amico alla Alain Fournier. Perciò non posso dimenticare quella sera, tristissima, dell’inverno 1943 quando Luigi, il fratello, mio compagno di scuola e di banco, venne a dirmi che era giunta notizia della morte di Giaime, lacerato da una mina in un campo dell’Alto Volturno mentre tentava di passare le linee e unirsi ai partigiani. Fu allora che noi decidemmo di prendere le armi che erano cadute dalla sue mani. Entrammo nei Gap. E lì, come ho detto, incontrammo il nostro nuovo capo, Valentino Gerratana. Quasi un segno del destino.

Sulle cronache di quella lotta non vorrei dire nulla. Ci sono cose che non ricordo bene, altre che preferisco dimenticare. Io non sono un eroe e ho vissuto quei mesi come un incubo, ben consapevole del rischio (che a me ragazzo sembrava insopportabile) di finire nelle mani delle SS, a via Tasso, in una camera di tortura. Sulla Resistenza romana c’è prima di tutto da dire che le condizioni in cui si svolse erano particolarmente difficili. Roma non era Torino e nemmeno Bologna. Non aveva in città le grandi fabbriche né nei dintorni la campagna emiliana. Roma dopo l’8 settembre era rimasta isolata. Ferme le costruzioni edilizie e i lavori pubblici, una parte degli impiegati statali sospinta al nord, la vita economica paralizzata, cominciò a pesare di mese in mese il problema della fame. Molte famiglie romane cercavano rifugio nelle campagne mentre in città affluivano tutti coloro che, nella prospettiva di una liberazione considerata imminente, speravano di ricongiungersi con le regioni meridionali.

La lotta dei patrioti romani si svolse quindi in condizioni molto difficili, in una città che si trovò nelle retrovie immediate di un grande campo di battaglia nel quale, soprattutto dopo lo sbarco di Anzio, era concentrato un alto numero di agguerrite divisioni tedesche. Le quali, di fatto, avevano trasformato la cosiddetta “città aperta” nella base principale delle loro operazioni e nel centro dei comandi, dei rifornimenti, dei collegamenti. Anche politicamente la Resistenza romana si svolse in condizioni particolarmente difficili, essendo ancora vivi i contrasti politici in seno allo stesso Comitato di liberazione nazionale e fuori di esso. Il grande merito del Pci fu di capire che contro le manovre, gli intrighi, le discussioni bizantine, l’arma più efficace era l’azione coraggiosa dei patrioti, l’ardimento dei Gap, la lotta del popolo romano. E questa azione progredì in città, fin dai primi, timidi atti, dalle prime grandi scritte murali e dai comizi volanti del 7 novembre fino ai primi attacchi contro i centri del nemico (l’hotel Flora e il cinema riservato alle truppe tedesche in Piazza Barberini), fino alla grande settimana di attacco generale subito dopo lo sbarco di Anzio, quando si arrivò al limite estremo della preparazione dell’insurrezione. Questa fu fermata all’ultimo momento, per il capovolgimento della situazione militare e il contrattacco tedesco sul fronte di Anzio. Il movimento patriottico pagò duramente, con gravi e dolorose perdite, il fatto d’essersi scoperto nell’intensificazione degli attacchi e nella preparazione dell’insurrezione. Le nostre forze furono duramente colpite a causa di un tradimento che portò all’arresto di Calamandrei, di Pintor e altri da parte della banda Kock che aveva fatto della pensione Jaccarino, allora in via Romagna, un luogo di torture. Agli scampati come me fu ordinato di reagire a qualunque prezzo. E lo facemmo. Per fortuna si allargò la partecipazione popolare alla lotta contro la fame e le deportazioni (manifestazioni di donne in viale delle Milizie, manifestazioni per il pane, ecc.). E la lotta continuò più aspra e decisa nei mesi successivi, prima e dopo l’attacco dei Gap in via Due Macelli e in via Rasella. Lo sciopero del 3 maggio rivelò in numerosi episodi il coraggio dei patrioti e il largo consenso popolare; dimostrò anche le insufficienze di un movimento nel quale un’avanguardia audace e ristretta, duramente provata dalle vicende della lotta, non si appoggiava sopra un largo movimento di massa, e aveva bisogno di un continuo alimento di nuove energie. I capi – come ho già detto – furono Valentino Gerratana e Carlo Salinari. Non fummo soli. Devo ricordare che alle Fosse Ardeatine caddero 335 martiri della Resistenza romana. C’erano tutti, generali e soldati, operai e intellettuali, comunisti e monarchici, cattolici ed ebrei, dirigenti di partito e semplici cittadini. Quel sangue generoso ha bagnato l’antica, secolare città e le ha dato una nuova linfa vitale. Se oggi Roma è una grande e vivente città democratica, è perché col sacrificio e con la lotta nei dieci mesi della sua resistenza Roma ha saputo prendere il suo posto nella grande battaglia per la libertà e l’indipendenza d’Italia.

Del Gerratana filosofo non spetta a me dire. Era molto rigoroso ma aveva un sentimento laico del comunismo. E credo che questo spieghi come si è accostato a Gramsci e come lo ha letto. Un comunismo che non afferma principi definitivi né mete ultime, che non inventa istituzioni valide una volta per tutte. Un comunismo che non pensa se stesso come la fine della storia. Un movimento storico di grande portata che – come tale – è fallito, ma lascia dietro di sé il bisogno di un orizzonte mentale capace di illuminare la lotta delle classi e delle egemonie a livello planetario.

Condivido il giudizio di Fabio Frosini: Gerratana era un uomo tutto impegnato dentro la difficile impresa di quadrare il cerchio della storia (dell’esperienza) e della teoria. E ciò per mezzo di quell’atto creativo che si chiama “politica”, cioè per mezzo di quell’atto che è e resta veramente “creativo” (cioè trasformatore, rivoluzionario) che è la Grande politica. A condizione che essa riesca a evitare sia di ridursi a mera “conferma” della teoria, sia di distaccarsi dalle cose e dai movimenti reali. Insomma Lenin e Gramsci, le figure su cui più riflette Gerratana, gli uomini che sono riusciti a tenersi all’altezza di questo compito, insieme a pochi altri, come Labriola.

Era davvero un “filosofo democratico”. Quel filosofo la cui personalità – dice lui stesso di Gramsci – non si limita alla propria individualità fisica, ma è piuttosto «un rapporto sociale attivo di modificazione dell’ambiente culturale». È un rapporto che per essere valido, dice Valentino sempre citando Gramsci, deve rimanere aperto, come il rapporto attivo di scienza e vita, mai concluso nella compiuta perfezione di un processo che non ha più bisogno di essere rinnovato. Perché se è vero che «ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro», ciò vale non solo e non tanto per i comuni rapporti didattici quanto per quella grande scuola che è la vita nel suo svolgimento storico. In questa luce la teoria gramsciana dell’egemonia non solo acquista un connotato essenziale, ma raggiunge anche la sua maggiore espressione.