L’eurocomunismo di Berlinguer, i rapporti tra i partiti comunisti e con la socialdemocrazia

BierbaumRelazione di Heinz Bierbaum all’incontro internazionale “Berlinguer e l’Europa. I fondamenti di un nuovo socialismo” 6 marzo 2015 Roma

Vorrei cominciare con una nota personale. Il mio primo contatto con il PCI e l’eurocomunismo l’ho avuto quando militavo in un gruppo marxista di Berlino nato dopo il Sessantotto studentesco. Entusiasmati dalla scoperta di un partito comunista di massa, con una strategia e una pratica chiaramente differenti da quello che conoscevamo come “socialismo reale”, prendemmo subito contatti e iniziammo a pubblicare molti articoli sull’eurocomunismo sulla nostra rivista, che allora si chiamava “Contributi al socialismo scientifico” e poi divenne semplicemente “Sozialismus”. Questa rivista esiste ancora oggi e gioca un ruolo notevole nel dibattito della sinistra tedesca e europea. In quel contesto c’erano molti incontri con rappresentanti del PCI, con altri gruppi della sinistra italiana ed anche con rappresentanti del movimento sindacale. Si svilupparono contatti con una notevole parte della sinistra tedesca, con la socialdemocrazia in particolare, per lo meno per quanto riguarda la sinistra nella SPD.

 Il fascino dell’eurocomunismo

Credo che sia utile ricordare che il periodo di cui parliamo, cioègli anni Settanta ed Ottanta, era caratterizzato, da una parte, da una profonda crisi dello sviluppo capitalistico. Ricordo che la crisi economica del 1974-75 non era solo la conseguenza dell’aumento del prezzo del petrolio, ma una crisi strutturale del sistema capitalista, che iniziava a mettere in difficoltà le conquiste dello stato sociale. Dall’altro lato era anche un periodo di risveglio dopo il Sessantotto studentesco e il Sessantanove operaio, con movimenti di liberazione che crescevano a livello mondiale, e con un rafforzamento delle forze socialiste, progressiste e democratiche in Europa. In Germania era un periodo di riforme sociali e democratiche esemplificate in modo significativo dalla frase famosa di Willy Brandt «Mehr Demokratie wagen»(osare piùdemocrazia). Ricordo la politica di distensione e di dialogo per una coesistenza pacifica con i paesi dell’est iniziata da Willy Brandt, o il movimento per la pace che cresceva considerevolmente. Ricordo la politica progressista di Olof Palme, il cui assassinio continua ad avere contorni poco chiari ancora oggi. Non era un processo lineare però. Era l’epoca, infatti, del colpo di Stato in Cile nel 1973, della politica del “rollback” degli Stati Uniti, del veto all’ingresso dei comunisti nel governo italiano. Uno dei promotori era anche il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. Questo processo molto contraddittorio ha avuto delle conseguenze per la politica della sinistra. E qui si dovrebbe parlare del “compromesso storico”. Non lo farò; vorrei solo dire che una valutazione di quella scelta politica – che fu fortemente criticata – dovrebbe tenere conto del contesto di allora, della situazione, degli avvenimenti di quel periodo.

E’ in quel contesto economico, sociale e politico che si èsviluppata l’eurocomunismo, cioè una strategia comune di alcuni partiti comunisti dell’Europa occidentale col PCI come promotore principale. Il nucleo di quella strategia era la concezione di una politica autonoma per superare il capitalismo partendo dalle condizioni dei paesi capitalistici sviluppati e tenendo conto anche dei cambiamenti nei processi produttivi, nella struttura della classe operaia e nelle relazioni sociali. I nuovi modi di lavorare, la tecnologia, l’emergere di nuove figure professionali, i nuovi stili di vita richiedevano l’adeguamento anche dei concetti politici.

Un elemento cruciale di questa strategia politica era il riconoscimento della democrazia non solo come mezzo ma anche come fine, cioèla via al socialismo doveva essere una via democratica e la societàsocialista doveva essere organizzata democraticamente garantendo anche la libertà personale.

Questa concezione di una politica comunista adeguata alle condizioni economiche e sociali dei paesi capitalistici sviluppati richiedeva anche l’autonomia di fronte al movimento comunista mondiale dominato dall’Unione Sovietica. Era ovvio che una tale linea politica provocasse conflitti con altri partiti comunisti appartenenti al blocco sovietico. Fu peròun processo lungo fino al famoso “strappo” con la dichiarazione secondo la quale la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre si era esaurita. Un processo che subìuna forte accelerazione in seguito ad alcuni eventi gravi come l’intervento in Cecoslovacchia, l’occupazione dell’Afghanistan e lo stato d’assedio in Polonia. Secondo Santiago Carillo, l’allora segretario generale del PCE, la conquista dell’autonomia di fronte all’Unione Sovietica era uno dei punti piùdifficili. Ma anche George Marchais, il segretario generale del PCF, un partito comunista tradizionalmente piùvicino a Mosca, dichiarava che l’appoggio assoluto dell’Unione Sovietica non poteva più essere la prova dell’internazionalismo.

Questi tre partiti, cioèil PCI, il PCE e il PCF con la loro dichiarazione comune nella metàdegli anni Settanta sono considerati i partiti eurocomunisti. L’eurocomunismo perònon era un fenomeno regionale, bensì una originale concezione politica. Anche il partito comunista giapponese era un partito eurocomunista. Gli elementi centrali di questa concezione erano – come ènoto – un nuovo internazionalismo con l’autonomia in particolare dall’Unione Sovietica e con una collaborazione piùintensa al livello europeo, il riconoscimento dell’importanza fondamentale della democrazia e la considerazione delle condizioni specifiche dei singoli paesi. E quando si parla della terza via si deve tener conto che non era la terza via tra capitalismo e socialismo come èstata a volte proposta dalla socialdemocrazia, ma la terza via al socialismo rispetto tanto alla politica del cosiddetto socialismo reale quanto ai deficit della politica socialdemocratica. Era in particolare Enrico Berlinguer a criticare fortemente le politiche socialdemocratiche e la loro incapacitàdi superare i limiti dello sviluppo capitalistico.

Il rapporto con la socialdemocrazia

 Dall’altro lato peròèchiaro che il rapporto con la socialdemocrazia, con i partiti socialisti e socialdemocratici europei, tra cui in particolare con i socialisti francesi e la socialdemocrazia tedesca, era un elemento centrale della politica di Berlinguer e del nuovo internazionalismo da lui promosso. Questo rapporto faceva parte della strategia di Berlinguer per creare un’alleanza delle forze comuniste, socialiste e democratiche più ampia possibile. Una strategia che si spiega con la specifica situazione politica dell’Europa che ho già menzionato all’inizio, caratterizzata dal confronto tra i due blocchi e dai tentativi di ridurre le tensioni attraverso una politica di coesistenza pacifica e di distensione. Di fronte alla crescita del movimento per la pace occorreva una collaborazione europea più stretta, ma i tentativi di avanzare lungo questa linea venivano contrastati dalla politica americana del “roll back”. In queste condizioni si veniva prendendo coscienza che una maggioranza del 51% non sarebbe stata sufficiente per portare avanti una politica orientata al superamento del modello capitalistico, e che c’era bisogno di un blocco sociale più ampio, come peraltro aveva già sostenuto Gramsci.

Il rapporto con la socialdemocrazia tedesca non era facile e creava problemi sia in Italia sia in Germania. C’erano in particolare problemi con il PSI che cercava un rapporto privilegiato con la SPD e al contempo portava avanti una politica abbastanza ostile nei confronti del PCI. Nello stesso PCI c’erano opinioni ed atteggiamenti diversi. Mentre per esempio Napolitano chiedeva un rapporto piùstretto con i socialisti italiani e anche con la SPD nel contesto di una strategia puramente riformista, Berlinguer era molto piùcritico nei confronti dei socialisti e della socialdemocrazia.Anche dentro la socialdemocrazia tedesca c’erano atteggiamenti e interessi contrastanti. Non pochi socialdemocratici erano scettici e critici verso la linea della collaborazione col PCI. Non pochi erano quelli che auspicavano una socialdemocratizzazione del PCI e un allargamento della socialdemocrazia europea. Che poi era anche il timore di una parte di molti comunisti che temevano una svolta socialdemocratica e una rinuncia alla strategia rivoluzionaria.

Un aspetto cruciale riguardava proprio la politica estera, nella speranza di un rafforzamento della politica di distensione in Europa. Per la sinistra dentro la socialdemocrazia e per le forze politiche affini, il rapporto col PCI era particolarmente interessante nel quadro della riformulazione di una strategia socialista. Negli anni Settanta e Ottanta, si era sviluppato un ampio dibattito nell’ambiente socialdemocratico e socialista rispetto alla strategia politica da adottare di fronte alla crisi dello sviluppo capitalistico. Peter von Oertzen, uno dei massimi rappresentanti dell’ala sinistra, prendeva atto che con le politiche di welfare e delle riforme sociali le condizioni di lavoro e di vita della classe operaia e dei ceti inferiori erano migliorate notevolmente, ma al tempo stesso constatava che queste politiche non erano in grado di superare le crisi strutturali dello sviluppo capitalistico. Per di più le conquiste sociali erano sempre piùminacciate da una politica conservatrice e neoliberale. Per questo von Oertzen chiedeva la creazione di una vasta alleanza per una politica di riforme, un accordo tra le forze socialiste dentro e fuori della SPD sulla base di un programma condiviso con l’obiettivo di ottenere la maggioranza nella società e conquistare l’egemonia. Questo concetto di un progetto riformista come base e punto di partenza anche per una politica che andasse oltre l’orizzonte del modello capitalistico assomiglia fortemente al concetto del cosiddetto riformismo forte. Parte essenziale di un tale progetto doveva essere anche una politica di distensione e di disarmo e una collaborazione piùstretta in Europa.

Il nucleo del rapporto tra eurocomunismo e la socialdemocrazia come nella relazione tra i partiti che si ritenevano eurocomunisti era appunto il dibattito attorno alla necessitàdi una riformulazione della strategia riformista e socialista. Era chiaro che le riforme sono necessarie per migliorare le condizioni di lavoro e di vita. La grande questione peròera come si potesse aprire la prospettiva di un’altra società, di una societàsocialista evitando tanto gli errori del “socialismo reale” quanto i limiti della socialdemocrazia, che si concentrava tradizionalmente sulla questione della distribuzione e molto meno su quella della riorganizzazione della produzione e del lavoro. Un ambito nel quale la questione della proprietàgioca un ruolo molto importante, assai spesso però trascurato.

L’attualità del dibattito

Quei dibattiti su quali strategie adottare per una politica socialista che si svolgevano durante gli incontri tra comunisti italiani e socialisti tedeschi dentro e fuori della SPD visti oggi appaiono di grande attualità. Anche oggi si pongono le stesse questioni. Certo, oggi la situazione èeconomicamente, socialmente e soprattutto politicamente molto diversa. Dopo il crollo del muro e il collasso dell’Unione Sovietica sono crollati o considerevolmente ridimensionati in gran parte anche i partiti comunisti. Anche la socialdemocrazia europea ènotevolmente cambiata, avendo sposato il neoliberismo, di cui espressione piùsignificativa èil documento Schröder-Blair. Questa strategia èclamorosamente fallita. Fu un grande errore da parte dei partititi socialdemocratici abbandonare la cultura del lavoro a favore dell’impresa, ritenendo che le contraddizioni del capitalismo fossero ormai superate. La grande crisi finanziaria ed economica, e per conseguenza la crisi europea dimostrano il contrario. Non si puòrisolvere questa crisi con le ricette neoliberali della Troika. Occorre una politica alternativa. Sono gli stessi problemi e le stesse sfide di cui si dibatteva ai tempi dell’eurocomunismo benché il contesto sia cambiato profondamente. E il deficit di democrazia delle istituzioni europee e i limiti delle politiche europee giàdenunciati da Enrico Berlinguer si sono aggravati.

Ritengo che siano tre gli elementi essenziali per una politica alternativa in Europa. In primo luogo occorre un controllo democratico del settore finanziario. Questo riguarda anche la Banca Centrale Europea, la cui politica deve essere modificata. La BCE deve assumere una responsabilitàper lo sviluppo economico e per la creazione di posti di lavoro. In particolare occorre un finanziamento diretto degli Stati da parte della BCE. In secondo luogo ènecessaria un’altra politica distributiva. Oltre all’aumento dei salari serve una nuova politica fiscale piùgiusta, tassando di piùi ricchi. Ci vuole anche un’imposta sui grandi patrimoni. In terzo luogo occorrono investimenti pubblici, che sono necessari per la ricostruzione della base produttiva che in alcuni paesi meridionali come per esempio in Grecia èstata distrutta o per lo meno danneggiata dalla politica della Troika. Questi investimenti devono servire anche alla necessaria trasformazione sociale ed ecologica dell’industria. La proposta della CES per un piano d’investimenti per la crescita sostenibile e l’Europa sociale che si intitola “Un nuovo cammino per un’altra Europa” va in questa direzione. Credo che sarebbe utile riportare in auge la formula della “programmazione democratica” di cui si discuteva ai tempi dell’eurocomunismo. Questa idea sarebbe di grande attualitànel contesto della discussione sulle politiche pubbliche di sviluppo economico e sulla democrazia industriale.

Più che mai oggi è necessaria una collaborazione della sinistra al livello europeo. Certo, c’èil partito della sinistra europea (SE). Ma questa formazione politica non comprende tutta la sinistra europea. Per questo èstato proposto da parte della SE di organizzare quest’anno un forum delle alternative, cioèun incontro politico di tutte le forze della sinistra coinvolgendo partiti e movimenti. Occorre in particolare un profilo politico chiaro della sinistra europea anche per affrontare l’avanzare delle destre in Europa. Per rafforzare la sinistra abbiamo bisogno di un intenso dibattito politico. Sono convinto che il pensiero di Enrico Berlinguer può essere molto utile per questa discussione.