Le scelte di Futura Umanità per il 2017

Relazione di Paolo Ciofi all’assemblea dell’associazione del 28 gennaio

Un rapido bilancio delle iniziative svolte nell’anno trascorso è utile per tracciare, sia pure a grandi linee, il programma per il 2017. Al riguardo, ricordo che il 27 aprile si è svolto all’Università di Bari, per iniziativa di Pasquale Voza e Imma Barbarossa, un convegno su Giuseppe Di Vittorio con la partecipazione di Ettore de Conciliis e di Franco Metta sindaco di Cerignola. Sull’esperienza delle giunte rosse a Roma, in occasione della pubblicazione del mio libro sul governo della città edito da Bordeaux in vista delle elezioni amministrative, sono stati organizzati una presentazione il 10 maggio e successivamente un incontro il 10 ottobre con Berdini, Emiliani, Fassina e Daniela Preziosi.
Segnalo, inoltre, come un aspetto significativo della nostra attività, per cui desidero oggi ringraziare Anna Ricca, la pubblicazione di due volumi da parte degli Editori Riuniti: “Berlinguer e l’Europa, i fondamenti di un nuovo socialismo”, che contiene gli atti del convegno internazionale tenuto a Roma nel 2015; e “Il 1956 e la via italiana al socialismo”, che raccoglie alcuni scritti di Togliatti a cura di Alexander Hobel.
Tuttavia, come sapete, il nostro impegno principale è stato concentrato nel 2016 sulla ricorrenza del 1956, con il convegno del 16 dicembre alla Casa della memoria e della storia, e sul tema della Costituzione, in particolare con il seminario dedicato a “Il Pci, la Costituzione, e le riforme istituzionali”, che si è svolto l’11 novembre con la partecipazione di Aldo Tortorella. Una iniziativa, questa, organizzata nel contesto di un impegno più vasto – voglio sottolinearlo – che abbiamo profuso nella campagna referendaria per il no come Associazione e come individualità. Tra le quali spicca, per qualità e quantità dell’impegno, Gianni Ferrara.

Dal convegno sul 1956 e soprattutto dalla campagna referendaria, che dopo la vittoria del no ha reso stringente il nodo dell’applicazione della Costituzione e della lotta per la sua attuazione, si rafforza l’esigenza di fare chiarezza sulla storia e la memoria del Pci. Non solo per illuminare un percorso storico spesso ignorato e falsificato, ma anche e soprattutto per poter osservare con occhi critici il presente. Vale a dire per cercare strumenti adatti a interpretare la realtà per trasformarla e riprendere il discorso su una società più avanzata, su quello che potremmo chiamare nuovo socialismo.
Siamo immersi in una crisi del sistema, ma non si parla più di superamento del sistema. Da una parte, si usa a sproposito la parola riformismo, una parola malata, che si identifica con la gestione (non sempre mite) del capitalismo. Dall’altra, con la parola liberismo, che significa tutto e il contrario di tutto, si finisce per occultare la realtà del capitale. Il capitalismo, che al massimo della sua espansione sta provocando il massimo dei disastri, è scomparso dalla scena e dal linguaggio comune, sostituito da espressioni oblique e falsificanti, come ha messo bene in evidenza con le sue analisi Luciano Gallino.
Se le vittime del capitalismo continueranno tra di loro a combattersi e a dilaniarsi, il capitale continuerà a prosperare sfruttando le sue vittime, dopo aver abbattuto ogni distinzione tra destra e sinistra prima di tutto sul piano culturale. «Si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi, senza sapere distinguere il bene dal male». La famosa battuta di Manuel Vazquez Montalban sembra confermata da due recenti episodi, particolarmente significativi: il direttore dell’Unità Staino che attacca con inusitata violenza la Cgil e la Camusso perché si sono schierate dalla parte dei lavoratori; Toni Negri il quale al convegno sul comunismo ha sostenuto che la forma partito va ormai abbandonata in favore dell’impresa. Dove si dimostra che comunque alla subalternità al capitale si approda agevolmente da sponde opposte.
In quest’anno, centenario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, dovremmo concentrare l’attenzione proprio su quell’evento, che per la prima volta nella storia ha visto i subalterni al capitale liberarsi e farsi classe dirigente. Pensiamo a un convegno di vasto respiro che potrebbe intitolarsi “Noi, l’Ottobre rosso e la rivoluzione in Occidente. La necessità di un nuovo socialismo”. Un’iniziativa impegnativa da preparare adeguatamente, coinvolgendo anche altre associazioni e istituzioni come le università, oltre che singole personalità e studiosi che hanno approfondito il tema.
Muovendo dall’analisi del 1917 e dalle sue conseguenze, dovremmo essere in grado di porre all’attenzione il tema del processo rivoluzionario in Italia e nell’Occidente avanzato, e dei contributi che in proposito hanno fornito Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Gramsci per la visione dell’egemonia e della rivoluzione come processo; Togliatti per la teoria e la pratica della democrazia progressiva e del partito nuovo di massa; Berlinguer per la ricerca sulla terza fase del movimento operaio e sull’eurocomunismo. In definitiva tre fonti di un nuovo socialismo.
In tale contesto emergono due temi oggi particolarmente attuali. Innanzitutto, la Costituzione, che è passaggio decisivo nella storia del Pci e nella costruzione di un nuovo socialismo. Non solo. Oggi appare del tutto chiaro che il rovesciamento delle politiche economiche e sociali, necessario per portarci fuori da una crisi di sistema che investe globalmente gli esseri umani e la natura, per quanto riguarda noi italiani è organicamente connesso con la lotta per l’applicazione della Costituzione.
Nonostante le operazioni minimaliste in corso da più parti, non si può in alcun modo sottovalutare il fatto che il 4 dicembre è stato sconfitto, sia pure con diverse motivazioni, il tentativo di conformare l’impianto costituzionale sugli interessi della finanza e del grande capitale, come del resto chiedevano in coro i loro rappresentanti. Esattamente il contrario di ciò che stabilisce la Costituzione. La quale afferma non solo che la sovranità appartiene al popolo, ma anche che la Repubblica è fondata sul lavoro e non sul capitale.
Un principio che non ammette omissioni, dal quale scaturisce, come sappiamo, il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ciò che comporta, com’è del tutto evidente, il rovesciamento delle politiche fin qui perseguite dai governi e delle direttive imposte dall’Europa. E, sul terreno politico, l’affermazione della classe lavoratrice come classe dirigente.
Quindi, dal recupero attivo della storia e della memoria del Pci, si perviene direttamente al passaggio cruciale della Costituzione e della sua applicazione, che dovrebbe essere il punto di riferimento per tutte le forze di sinistra e di progresso. Da qui al secondo tema di particolare attualità che dovremmo approfondire il passo è breve. Si tratta dell’Europa, e le ragioni sono piuttosto evidenti. Anzitutto perché i principi costituzionali, sebbene emersi dalla nostra storia culminata nella lotta antifascista, hanno una valore universale, che trascende la dimensione domestica.
Universale è il principio, cui sopra ho fatto riferimento, che sancisce la necessità di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per assicurare libertà e uguaglianza. Universale è il principio che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Universale è anche l’esigenza di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni; di assicurare una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità di lavoro per uomini e donne a parità di condizioni lavorative; come pure l’esigenza di garantire il diritto all’occupazione, all’istruzione, alla salute, alla pensione. Non intendo annoiarvi con molte citazioni, voglio però sia chiaro che la Costituzione è un progetto di società nuova, che trascende i confini nazionali, e che noi dovremmo portare in Europa. Un impianto che garantisce tutte le libertà, ma non quella di offendere la dignità, la sicurezza, la libertà altrui.
Il crollo del «socialismo reale» non ha eliminato l’esigenza di una società più giusta e solidale. Al contrario, l’ha resa più stringente e necessaria. Proprio in funzione di questa alternativa possibile la Costituzione pone dei limiti alla proprietà, che può essere pubblica o privata e deve comunque essere accessibile a tutti; prescrive che le diverse forme di iniziativa privata non devono recare danno alla sicurezza e alla dignità umana, e pertanto vanno coordinate a fini sociali; rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori e di utenti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o a fonti di energia o a situazioni di monopolio. Queste sono le parole scritte e non dette, che invece dobbiamo pronunciare ad alta voce.
Nel limite posto alla proprietà e al mercato la Costituzione trova un punto di equilibrio tra uguaglianza e libertà di tutti e di ciascuno. E il pluralismo nelle forme della proprietà, contrapposto al totalitarismo della proprietà privata capitalistica, apre le porte a un percorso inedito e originale verso una civiltà più avanzata. Si stabilisce infatti, muovendo dal fondamento del lavoro, una relazione ricca di implicazioni straordinariamente moderne tra impresa e utilità sociale, tra individuo e classe, tra persona e collettività che dà all’intero impianto costituzionale il respiro di un’operazione di grande portata strategica. Fino a far emergere le coordinate per un diverso progetto di società: un socialismo pluralistico e democratico, diverso da ogni modello finora conosciuto.
Un impianto che va ben oltre il compromesso socialdemocratico e il ritorno al keynesismo, come oggi taluni propongono. La Costituzione infatti, per assicurare i diritti, indica la necessità di oltrepassare la sfera distributiva e di mettere i piedi nel rapporto di produzione, vale a dire nel rapporto di proprietà. Ma se è così, e se portiamo il discorso a livello europeo, allora è evidente che non si può oggi affrontare il nodo dell’Europa dando la priorità alle politiche monetarie e/o al tema dell’uscita dall’euro.
Non si possono confondere le conseguenze con le cause, giacché la moneta è espressione di un determinato rapporto di forza tra le classi e tra le potenze economiche dominanti. L’idea, da più parti avanzata, di uscire dall’euro per poi, una volta recuperata la sovranità nazionale, intervenire nell’economia e nella società, porta di fatto alla paralisi politica e finisce per favorire le spinte nazionalistiche e fascistiche, e per alimentare una lotta spietata tra i poveri e gli sfruttati. A maggior ragione oggi, dopo la vittoria di Trump e i conflitti che si moltiplicano nel mondo.
Il crollo dell’euro non si può escludere. Ma non è certamente il terreno su cui far crescere una mobilitazione democratica, popolare e di massa per la costruzione di un’altra Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È necessario dunque spostare il terreno della ricerca e dell’iniziativa dando priorità alla questione sociale, del lavoro e dell’occupazione, dei diritti e delle tutele, fissando standard comuni sociali e ambientali a livello europeo e ponendo il problema del controllo dei mercati e della finanza, cancellando i paradisi fiscali.
D’altra parte, non è pensabile che le migrazioni di massa e le disuguaglianze esplosive cui assistiamo possano trovare sbocchi e soluzioni adeguate dentro i confini nazionali. Perciò la visione deve essere europea e puntare verso un nuovo internazionalismo dei lavoratori. Ma, nello stesso tempo, non si può eliminare il territorio nazionale per promuovere movimenti concreti, anche parziali, con l’obiettivo, per noi italiani, di dare attuazione alla Costituzione in materia di diritti sociali, civili e politici. Per costruire l’Europa dei popoli e dei lavoratori l’obiettivo è la crescita in ciascun Paese di movimenti e di lotte per rovesciare i trattati europei.
Sono indubbiamente temi complessi che potremo approfondire preparando l’appuntamento sulla Rivoluzione d’ottobre e la rivoluzione in Occidente, che ho proposto a nome del Comitato direttivo e che dovrebbe essere la nostra principale iniziativa centrale. In ogni modo, sarà compito dei nuovi organismi che eleggeremo definire il programma concreto delle iniziative per l’anno in corso. Naturalmente sono benvenute altre idee, suggestioni, proposte.
Manterremo, tra le iniziative centrali, i seminari sulla storia del Pci. E dovremo dedicare maggiore attenzione alla promozione e formazione di giovani energie, al tesseramento e ai mezzi finanziari, alla battaglia delle idee sul web, a un migliore e più moderno uso della comunicazione. Nello stesso tempo riteniamo che l’attività dell’associazione si dovrebbe arricchire di una molteplicità di iniziative locali, legate a figure e storie di comunisti, uomini e donne, che nei diversi territori hanno segnato in modo indelebile la vita degli italiani.
Insomma, abbiamo molte cose da fare. Vi ringrazio per il vostro impegno. A tutti e a tutte un caro saluto e buon lavoro.