PAOLO CIOFI – La rivoluzione elettronica: classe operaia e nuovi soggetti della trasformazione. Berlinguer rivoluzionario innovatore.

 Intervento al convegno di studi Centralità del lavoro e trasformazione della società nel pensiero di Enrico imageBerlinguer, promosso da Futura Umanità Associazione per la storia e la memoria del Pci e dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università, Brescia 21 ottobre 2014

I numeri in parentesi, salvo diversa indicazione, si riferiscono ai testi contenuti nel volume Enrico Berlinguer, Un’altra idea del mondo, Antologia a cura di Paolo Ciofi e Guido Liguori, Editori Riuniti university press, 2014

Intendo esporre un preciso punto di vista, che si può sintetizzare così: Enrico Berlinguer, contrariamente agli sforzi da più parti profusi per farne un retrogrado e un passatista, è stato in realtà un rivoluzionario moderno e innovatore, come dimostrano in particolare le sue posizioni sulla rivoluzione elettronica, la terza rivoluzione industriale che ha aperto una nuova fase nella storia del capitalismo.

Rivoluzionario perché intendeva trasformare la società; moderno e innovatore perché ha lottato per un assetto sociale diverso dai modelli fino ad allora conosciuti e dominanti in Europa, quello del «socialismo realizzato» ad Est e quello socialdemocratico ad Ovest. (continua a leggere…) E anche perché era consapevole che il Pci e il movimento operaio, se volevano assolvere alla loro funzione, erano chiamati a misurarsi non solo con l’offensiva politico-culturale del neoliberismo, ma anche con le profonde trasformazioni indotte da una rivoluzione tecnico-scientifica che cambiava il modo di produrre, di lavorare, di vivere. E quindi, insieme alla conformazione della classe operaia, l’intera dislocazione delle forze in campo, sia sul fronte del lavoro sia sul fronte del capitale.

         Se questo aspetto strutturale è stato molto sottovalutato a sinistra e nello stesso Pci, per il segretario comunista assumeva invece un significato fondante. Giacché, di fronte alle contraddizioni emergenti nel modo di produzione capitalistico nel secolo passato, che oggi si presentano in forme ulteriormente aggravate, non bastava secondo il suo giudizio «introdurre qualche correzione marginale nell’assetto sociale esistente», ma occorreva favorire «con il lavoro e con la lotta la processuale fuoriuscita della società dall’assetto capitalistico» – sono sue parole – sempre più segnato da «masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati», e dunque non solo da una crisi economica ma da veri e propri «fenomeni di barbarie» (226-27, 242). Un processo di fuoriuscita dall’assetto capitalistico, precisava Berlinguer, «che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista», secondo i principi di libertà e di uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà in essa contenuti. Dove è evidente il nesso organico che si instaura tra sviluppo della democrazia e costruzione di un «nuovo socialismo», non più separati da muri e muraglie.

         Quando osserva che lo «schema, messo in giro non a caso da certi nostri avversari, secondo il quale il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto, è una delle più grandi castronerie che siano state dette» (130), il segretario del Pci, contro ogni stagnazione dogmatica del pensiero e in sintonia con Marx (il quale resta il critico più acuto del capitale ma non si reputava un marxista “ortodosso”), doveva avere ben presente quel passo cruciale del Manifesto del partito comunista dove si afferma che «la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Per cui «l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, 1983, 57).

In effetti, la rivoluzione elettronica, cambiando la nozione stessa di tempo e di spazio, ha consentito di andare ben oltre il fordismo e il taylorismo, propulsori della produzione standardizzata di massa da parte di una classe operaia fortemente concentrata. Con ciò rendendo possibili – sul versante del lavoro – l’organizzazione della produzione dei beni materiali e immateriali nonché la fornitura di servizi da e in qualsiasi punto del pianeta, e d’altra parte – sul versante del capitale – la movimentazione istantanea di enormi quantità monetarie, in un flusso incessante di denaro che figlia denaro senza la mediazione del processo produttivo. Di conseguenza cambiando anche la natura dell’impresa, da luogo deputato alla creazione di beni di consumo a instabile entità immateriale, dedita alla valorizzazione del capitale monetario a beneficio dell’azionista. Essendo stati esclusi i lavoratori subordinati e i produttori diretti da qualsiasi controllo sulla rivoluzione elettronica, la globalizzazione capitalistica si è risolta nella doppia versione di finanziarizzazione universale del capitale e di gigantesca subordinazione del lavoro al capitale.

Si può obiettivamente sostenere che Enrico Berlinguer è stato forse l’unico dirigente di primo piano del Pci e della sinistra europea a comprendere il senso e la portata della nuova fase che si apriva, e quindi ad affermare la necessità di un profondo rinnovamento del pensiero e della pratica politica per un partito che intendesse lottare per contrastare le tendenze in atto e cambiare la società. Non per caso aveva proposto al congresso della Federazione giovanile comunista un convegno di «futurologia», poi non realizzato anche in conseguenza della sua morte, volendo segnalare con quel termine, precisava, «che oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria ‘crisi del mondo’ (…). L’allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l’elettronica, ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l’aria che respiriamo, l’atmosfera e la troposfera della Terra». Per non parlare dei pericoli di un conflitto nucleare, in conseguenza delle tensioni crescenti. «Viviamo – sosteneva – in un’epoca per molti aspetti suprema della storia dell’uomo sia per le possibilità che per i rischi» (297).

Nell’intervista all’Unità del 18 dicembre 1983, che consiglio vivamente di leggere e meditare, interrogato in particolare sulla «rivoluzione elettronica» allora appena agli inizi, Berlinguer muove dal famoso romanzo di Orwell 1984 per sottolineare che, rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo. Tutto dipende, sottolinea il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

Perciò, chiarisce, «bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. (…). Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, a controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze fondamentali dei lavoratori e dei cittadini» (298). In merito alla questione cruciale, riguardante le forze motrici potenzialmente interessate al superamento del meccanismo di sfruttamento capitalistico, Berlinguer considera «un dato ineluttabile la diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale».

Tuttavia, trarre da qui la conclusione che «la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione», sarebbe un errore. Non solo perché persistono vecchie forme di sfruttamento, ma perché occorre «individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. (…). E poi ci sono le donne, i giovani» (298), che sempre più saranno coinvolti nella precarietà, la nuova forma dello sfruttamento del lavoro tipica del capitalismo del nuovo secolo.

In altri termini, ci dice Berlinguer, la platea dei soggetti sociali potenzialmente coinvolti nel processo di sfruttamento capitalistico non si restringe. Si allarga, mentre il capitale invade i più diversi campi delle attività umane e della vita, e con ciò si approfondisce una contraddizione di fondo sulla quale agire per aprire la strada a una civiltà più avanzata, coinvolgendo il più ampio schieramento di forze sociali e politiche: quella tra chi vende la propria forza-lavoro fisica e intellettuale in cambio dei mezzi per vivere e chi la compara per ottenere un profitto. Nella sua visione era infatti ben chiaro, come dichiara nell’intervista del 1983, che – cito – «il carattere sociale della produzione (e anche dell’informazione come fattore della produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica» (299).

Anzi, non si può negare che sia stato clamorosamente confermato, proprio perché alla gigantesca socializzazione planetaria della produzione e circolazione dei beni materiali e immateriali non corrisponde con tutta evidenza la socializzazione dei mezzi con cui si producono. Al contrario, la loro proprietà si è massimamente concentrata nelle mani di pochi proprietari universali accrescendo le disuguaglianze al limite dell’insostenibilità, come dimostrano tutti i dati e in particolare la recente corposa ricerca di Thomas Piketty diventata ben presto un best seller con il titolo Il capitalismo nel XXI secolo.

Il contrasto tra la potenzialità delle forze produttive e la ristrettezza dei rapporti proprietari capitalistici è diventata esplosiva. Se dunque, secondo Berlinguer che guarda avanti, la diffusione dei mezzi informatici offre la possibilità, accrescendo enormemente la massa delle informazioni disponibili, «di arrivare a una dimensione onnilaterale dell’uomo» (303) e a una «direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali» (304), questa possibilità viene costantemente distorta e repressa dai poteri dominanti.

Berlinguer aveva ragione. Noi oggi viviamo in una fase della storia dalle enormi potenzialità ancora largamente inesplorate. Nella quale la scienza si configura come forza produttiva diretta e motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di produzione sempre più manovrabile e flessibile, e che richiede una classe lavoratrice di livello superiore, appunto dalle capacità onnilaterali. Ma la classe lavoratrice del nostro tempo viene costantemente divisa, frantumata e dispersa dalla precarietà, dalla disoccupazione, dallo sfruttamento intensivo, dalla crescente povertà. La connessione tra lavoro e sapere è immanente all’avanzamento della scienza come forza produttiva diretta, ma questa connessione viene ostacolata e distrutta dal dominio del capitale, che nella forma massimamente concentrata di una proprietà parassitaria si appropria dei frutti del lavoro sociale disgregando la società.

Per questo c’è bisogno di un’alternativa di civiltà e di un pensiero critico globale, che si misuri con una visione “allargata” del lavoro se così si può dire, declinato al maschile e al femminile, e valutato nella sua generalità che metta insieme stabili e precari, occupati e disoccupati, privati e pubblici, italiani e stranieri al di sopra di ogni divisione nazionale e religiosa: una visione del lavoro come forza produttiva fondamentale della ricchezza e interscambio permanente con la natura, ma anche come pilastro della democrazia e fattore costitutivo della personalità, che esclude l’annullamento dell’individuo nella classe. In questa visione il lavoro diventa davvero una potente forza di trasformazione, che ha bisogno però di una sua espressione politica al di là della concretezza dei diversi lavori.

La tavola dei valori cui fare riferimento per un’operazione di così vasta portata a mio giudizio noi ce l’abbiamo in Italia e dovremmo portarla in Europa: è la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro, e non più sulla figura del cittadino possidente. Ciò che latita è una coalizione politica dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro tempo con caratteristiche popolari e di massa, in grado di lottare per cambiare lo stato delle cose presenti. È il tema ineludibile dell’attualità politica. Ma qui mi fermo, perché esula dal campo di questa nostra intensa giornata di discussione e di confronto. Con una riflessione finale però, che sento crescere nelle iniziative cui partecipo: bisognerebbe riprendere il cammino e sviluppare il discorso là dove li ha lasciati Enrico Berlinguer. Era un rivoluzionario, un combattente che non si è mai arreso, e che ancora oggi ci indica un orizzonte e una via da percorrere.