La politica come impegno collettivo. Angelo Raffaele Ziccardi. Barile Editore, Irsina 2016

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Prefazione

di Piero Di Siena

a Angelo Raffaele Ziccardi, La politica come impegno collettivo, Barile Editore, Irsina 2016.

 

E’ un bene che, finalmente, Angelo Ziccardi abbia deciso di mettere nero su bianco il racconto della sua lunga esperienza di militante del Partito comunista italiano, di dirigente sindacale e politico, di uomo delle istituzioni democratiche in Basilicata e a livello nazionale. Per la sobrietà con cui in queste pagine ricostruisce le tappe che hanno segnato la sua esperienza politica, senza indulgere a quell’”autobiografismo” cui quasi inevitabilmente la memorialistica spesso è costretta a cedere, egli ci offre non solo una testimonianza di vita ma lo spaccato di una grande esperienza collettiva realizzatasi all’indomani del secondo dopoguerra nelle pieghe più profonde della società italiana. Si tratta della costruzione di quella democrazia organizzata, innervata dalla consapevole costruzione di corpi intermedi (non solo partiti, ma sindacati, associazioni, forme embrionali di democrazia economica quali la cooperazione e la mutualità diffusa) che ha caratterizzato la vita della prima fase della Repubblica sino al fallimento del “compromesso storico” e all’assassinio di Aldo Moro.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra e alla caduta del fascismo, per un giovane destinato ad affrontare gli studi universitari dedicarsi alla politica come professione non era una scelta facile. Significava innanzitutto rinunciare a una sicura promozione sociale e a un ruolo professionale di sicuro rilievo. All’opposto, l’attività politica a tempo pieno – specie nelle organizzazioni della sinistra e del movimento operaio – significava in molti casi affrontare una vita di ristrettezze economiche, spesso senza nemmeno la sicurezza della retribuzione, fatta di giornate di lavoro senza fine e in certe occasioni esposte al pericolo derivante da uno scontro politico e sociale a tratti molto aspro.

Per fare una simile scelta erano necessari dunque una grande passione e punti di riferimento particolarmente saldi. Questi ultimi a Ziccardi non mancavano. Il suo paese natale, Irsina, era stato sin dagli inizi del secolo scorso una di quelle rare “isole rosse” in cui nel Mezzogiorno le idee del socialismo e l’aspirazione delle masse contadine a trovare la via del proprio riscatto avevano sviluppato radici profonde che nemmeno il fascismo era riuscito a estirpare. Con questo retroterra alle spalle, il giovane studente viene come travolto dal grande sommovimento che investe le campagne, in particolare nel Mezzogiorno, all’indomani del fascismo. La provincia di Matera è uno degli epicentri di tale fenomeno. Lo stesso capoluogo (la città in cui Ziccardi frequenta il liceo) è con il suo popolo dei Sassi, al pari dei grandi centri urbani della vicina Puglia, eminentemente una città contadina. Il Metapontino è uno dei luoghi in cui il latifondo e la grande proprietà assenteista sono particolarmente radicati. E la rivolta a questo stato delle cose attraverso il movimento di occupazione delle terre è particolarmente estesa. E’ come se un tappo fosse saltato. E le forze politiche che si apprestano a dare vita al nuovo Stato democratico sentono altresì l’urgenza di dare sbocchi, sia pure tra loro alternativi, alle istanze di cambiamento in atto.

La ricostruzione che Ziccardi fa della sua esperienza politica ci offre retrospettivamente un angolo di osservazione privilegiato sulla direzione che a quelle lotte impressero le grandi forze democratiche del Paese. Innanzitutto, essa ci fa vedere della cura estrema che i nuovi partiti, e in particolare il Pci, dedicano alla formazione di una fitta rete di quadri intermedi. Il lavoro da questo punto di vista è molteplice. Innanzitutto gli esponenti di primo piano del gruppo dirigente nazionale sono in prima linea nell’organizzazione delle lotte. Ziccardi ricorda il ruolo di Giorgio Amendola nel Movimento di Rinascita e nelle lotte per la terra, contemporaneamente responsabile nazionale per il Mezzogiorno del Pci e segretario regionale di Campania, Basilicata e Molise. In secondo luogo, vi è una cura particolare acché i gruppi dirigenti intermedi del partito e delle organizzazioni di massa fossero messi in condizione di avere esperienze che superassero l’orizzonte ristretto delle proprie province di provenienza dove avevano fatto le loro prime esperienze. Ziccardi, prima di ritornare a dirigere il suo partito nella sua provincia di origine negli anni Sessanta, nell’ambito dell’organizzazione del movimento contadino è inviato in Val Padana e a Napoli, dove partecipa attivamente alla fondazione dell’Alleanza dei Contadini. Da tanti punti di vista poi la Basilicata è uno degli osservatori privilegiati di questa circolazione di quadri – da Pietro Valenza da Napoli a Potenza e Antonio Ventura dal Salento a Matera, a Bruno Sclavo e Mario Bortolotti giunti da nord, per arrivare fino a Umberto Ranieri e Claudio Velardi – che caratterizza i processi di formazione dei gruppi dirigenti del Pci. In terzo luogo vi è il ruolo della formazione. Ziccardi parla della sua esperienza a Frattocchie, la scuola quadri del Pci aperta a metà degli anni Cinquanta, dove un giovane attivista di formazione intellettuale ma temprato essenzialmente nel corso delle lotte contadine della sua terra ha modo di intessere rapporti con giovani a contatto con le correnti fondamentali della cultura nazionale.

La ricostruzione che Ziccardi ci offre ci fa comprendere che non ci sarebbero stati nell’Italia repubblicana i partiti di massa senza che questi fossero anche solidi e sperimentati “partiti di quadri”. E non è un caso che a realizzare appieno la costruzione di importanti e originali partiti di massa negli anni della democrazia repubblicana, chiamata appunto da un importante storico di formazione cattolica quale era Pietro Scoppola la “Repubblica dei partiti”, furono da un lato la Democrazia cristiana che poté giovarsi della lunga esperienza di formazione quadri svolta dall’Azione cattolica negli anni del fascismo, e dall’altro il Partito comunista erede dell’esperienza leninista ( in cui centrale era la formazione a tutti i livelli di quello che veniva definito il “rivoluzionario di professione”) e di una lunga consuetudine di attenzione ai processi di formazione dei gruppi dirigenti negli anni della clandestinità e dell’emigrazione.

Un altro aspetto dell’esperienza politica di Ziccardi che induce a riflessioni di carattere generale è la sua ricerca continua di un terreno d’intesa con le altre forze politiche democratiche, ivi compresa la Democrazia cristiana, anche quando le condizioni politiche sul piano nazionale, ma pure lo scontro in atto sul terreno locale, rendevano molto difficile la costruzione di un dialogo e di un confronto. Appare del tutto evidente che la ricerca quasi ossessiva di alleanze politiche – divenuta più forte attorno ai grandi cambiamenti che si producono alla fine degli anni Sessanta e con l’istituzione nel 1970 dell’Ente Regione – non avviene mai a scapito dell’autonomia e della rappresentazione nel confronto politico e sociale delle ragioni dei lavoratori. E tuttavia bisogna indagare sull’assillo che sta alla base di questa ricerca, spesso oggetto di critica “da sinistra” nello stesso dibattito interno al Partito comunista di quegli anni.

Esso nasce, a mio parere, dalla consapevolezza acuta della gran parte del gruppo dirigente del Pci meridionale formatisi negli anni del secondo dopoguerra che le lotte sociali che con particolare impeto attraversavano soprattutto le campagne dovevano essere sottratte al pericolo del “sovversivismo” per essere collocate invece su un terreno democratico. Che questo pericolo fosse sempre in agguato era testimoniato da tutta la storia unitaria costellata, a partire dal brigantaggio, da scoppi collettivi di rabbia e di violenza nelle campagne meridionali senza alcuno sbocco. Che le lotte del secondo dopoguerra potessero avere un esito eversivo ce lo dice da un lato la violenta reazione degli agrari, sostenuti dall’azione del ministro dell’Interno Mario Scelba responsabile di veri e propri eccidi da Melissa a Montescaglioso, come anche episodi di feroce violenza da parte di azioni di lotta del movimento contadino, quali l’assassinio ad Andria delle sorelle Porro da parte di una moltitudine inferocita, su cui si sofferma un recente libro che Luciana Castellina ha scritto insieme a Milena Agus.

Vi è una singolare simmetria tra l’azione di mediazione che il giovane Ziccardi, del tutto ignaro di questioni sindacali, si trova a svolgere a Pisticci per evitare che la lotta dei braccianti potesse precipitare in uno scontro senza ritorno e quella che Emilio Colombo racconta, per quello che lo riguarda, di aver svolto a Melissa dopo l’eccidio in un bellissimo libro intervista con Arrigo Levi, pubblicato a meno di un anno dalla sua morte. E del resto a Ziccardi non sfugge che in quegli anni difficilissimi nella Dc si venivano a contrapporre due linee sulla questione dello sbocco da dare alla lotta al latifondo: da un lato quella di Segni e di Colombo tesa incanalare l’aspirazione alla terra in un progetto di riforma sia pure rigorosamente guidato dall’alto come fu poi, pur nei suoi limiti, la legge “stralcio” (appunto uno stralcio di una riforma generale che non arrivò mai) e dall’altra la repressione indiscriminata perseguita da Scelba.

Ziccardi appartiene a quella generazione di quadri comunisti per i quali il tema delle alleanze, o anche solo del confronto, tra forze politiche democratiche è la condizione per realizzare quell’ascesa delle classi popolari che è nella sostanza il programma sancito dalla Costituzione.

Quella del rafforzamento della trama della democrazia organizzata, del resto, è la bussola che guida anche la fase relativamente più recente dell’azione politica di Ziccardi. Conclusa l’esperienza parlamentare nel 1983 – nella quale decisivo fu il suo contributo al varo dell’unica legge che ha cercato di affrontare in maniera sistematica il problema della disoccupazione giovanile – egli si dedica nell’ambito della Lega delle Autonomie alla valorizzazione del ruolo dei piccoli comuni. E’ stata forse l’unica esperienza politica vissuta apertamente controcorrente da parte di Ziccardi, che da riformista comunista ha sempre pensato che avesse poco senso mettersi di traverso al corso delle cose e che era meglio deviarne gradualmente il percorso. In anni – siamo tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta – nei quali per effetto della rivoluzione neoconservatrice il principio della rappresentanza era soppiantato da quello della governabilità e cominciava a essere sottoposto a revisione il sistema stesso delle autonomie locali come uno dei fondamenti della Repubblica, Ziccardi cerca invece di operare per il potenziamento del ruolo e della funzione degli enti locali.

Comunque, dopo aver concluso la lettura di queste memorie non è possibile sfuggire a un interrogativo che coinvolge l’intera produzione, storica e memorialistica, sugli anni della cosiddetta prima Repubblica e delle forze politiche – dal Pci al Psi e alla Dc – che ne furono il nerbo. Ha cioè un senso, in un momento come questo in cui è evidente che non solo si è chiusa quella storia ma sono falliti anche tutti i tentativi dell’ultimo ventennio di superarla in modo fecondo, riproporla all’attenzione? Questo quesito vale soprattutto per la sinistra che da questa vicenda ne esce sostanzialmente annientata e che, se vuole risorgere, deve farlo su basi totalmente nuove.

E’ un interrogativo cruciale che chiama in causa l’esperienza politica della generazione di Ziccardi e di quelle che l’hanno seguita sino a quella che è stata protagonista dell’ultima fase della vita del Pci e del suo superamento. E, tuttavia, queste pagine a ben vedere alludono a una possibile risposta. Esse mi fanno ritornare alla mente un’immagine usata da Tom Benettollo (uno dei più interessanti quadri dell’ultima generazione dei gruppi dirigenti del Pci, protagonista della svolta di Occhetto, presidente dell’Arci e tra i promotori del movimento pacifista a cavallo tra i due secoli, morto prematuramente nel 2004) in un libro intervista con Aldo Garzia pubblicato postumo. Diceva Tom di sé e della sua generazione (ma questo vale ancor più per quelle precedenti) di essere come un “lampadiere”. “In questa notte oscura – affermava Benettollo -, qualcuno di noi, nel suo piccolo è come quei ‘lampadieri’ che camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata alla spalla, con il lume in cima. Così il ‘lampadiere’ vede poco davanti a sé ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo, non per narcisismo ma per sentirsi dalla parte buona della vita”.

Non c’è dubbio: le pagine che seguono sono quelle di un “lampadiere”, che possono illuminare per le generazioni che verranno una rinnovata e autonoma ricerca di quel mondo di liberi e uguali a cui persone come Ziccardi hanno dedicato la loro esistenza.