La memoria antistorica di Pigi Battista

Enrico Berlinguerdi Guido Liguori – Sono seduto pigramente a leggere in una uggiosa domenica autunnale il supplemento libri del “Corriere della sera” quando letteralmente sobbalzo sulla sedia. Sto leggendo una recensione polemica di Pierluigi Battista all’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, libro che non ho letto. Certo, il titolo della recensione – Berlinguer non ti voglio bene – mi ha avvertito su gran parte del suo contenuto. La frase compendia non la posizione di Piccolo, ma quella del recensore, che critica l’autore proprio perché Piccolo dichiara esplicitamente di essere stato “dalla parte di Berlinguer” e dei comunisti, e non sembra rammaricarsene. E la critica viene avanzata in nome del fatto che, nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, secondo Battista, «dalla “parte giusta” stava Craxi, non il Pci».
Fin qui nulla di nuovo. Chiunque segua un po’ gli articoli di Pierluigi (per amici e conoscenti più semplicemente Pigi) Battista, non se ne può sorprendere. C’è una porzione d’Italia (per fortuna largamente minoritaria) che è stata craxiana, e poi (a volte maggioritaria, almeno in termini relativi) berlusconiana. Io non ho mai fatto parte, per mia fortuna, né della prima né della seconda. Ma non mi scandalizzo. Ho già sentito e risentito la solfa che anche qui propina il giornalista: Craxi aveva ragione sulla scala mobile, sull’idea di proporre quello che Pigi chiama «un riformismo moderno», ecc. Non provo neanche a controbattere nel merito, quando i punti di vista sono così distanti che senso ha? Io penso su tutto l’opposto. Credo che Craxi abbia minato irrimediabilmente la politica fondata sui partiti, sul legame sociale, e abbia preso consapevolmente nelle sue mani sedicenti socialiste la bandiera della riduzione della democrazia e della alleanza coi “poteri forti”. Preferisco ricordare dunque come Enrico Berlinguer – esattamente per le posizioni cui allude polemicamente Battista – negli ultimi anni della sua vita abbia conquistato l’affetto, anzi dire l’amore, di milioni di donne e di uomini che lo riconobbero come loro «capo» (lo dico in senso gramsciano), nonché il rispetto e l’ammirazione di altri milioni di italiani, che pur non essendo comunisti o vicini ai comunisti, videro in lui il combattente onesto, leale, disinteressato. Non un «Ghino di Tacco», insomma, non uno che “faceva politica” in modo sporco o per proprio tornaconto o comunque per “mestiere”, per emergere o per imporsi a ogni costo, ma, come Berlinguer disse in tv a Minoli poco più di un anno prima dalla morte, per affermare i suoi ideali di comunista.
Fin qui, ripeto, nulla di nuovo: c’è chi sceglie tra i propri “eroi” Craxi, c’è chi sceglie Berlinguer. La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è stata però un’altra. Raccontando di un incontro di hokey tra Urss e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969, meno di un anno dopo l’invasione di Praga, Battista scrive: «sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente “Dubcek Dubcek” straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista». dai funerali di Enrico Berlinguerdai funerali di Enrico BerlinguerE qui sobbalzo! Perché ricordo bene che, a metà degli anni Settanta, almeno fino al 21 giugno 1976, Pigi Battista era iscritto al “nucleo” (ovvero alla cellula o sezione) della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma di un partito che si chiamava “Partito di unità proletaria per il comunismo”, nato dalla confluenza del “manifesto” e del Pdup e avente come segretario Lucio Magri. Come faccio a esserne sicuro? Perché allo stesso nucleo e allo stesso partito ero iscritto anche io. E con me (con noi, ricordo allo smemorato Battista) erano iscritti tra gli altri Norma Rangeri, Guglielmo Pepe, Paolo e Alberto Flores, Franco Moretti, Gianni Belardelli, Mino Fuccillo e tanti altri. Ero tra i giovanissimi di quel gruppo, iscritto al primo e al secondo anno di università, un semplice militante di base, ma ricordo bene tutte e tutti: parole, comportamenti, posizioni.
Ora, è evidente che ognuno ha il diritto di cambiare idea. Anche io in parte lo feci, ammettendo nel 1979 – con alcuni anni di anticipo sul partito guidato da Magri e in sintonia con l’inizio della politica del “secondo Berlinguer”, autocritica verso gli errori della solidarietà nazionale – che era più giusto e più saggio, per difendere lo schieramento politico di cui mi sentivo parte e soprattutto i lavoratori e i ceti più poveri, iscriversi al Pci, già sotto attacco in quei primi anni Ottanta della offensiva neoconservatrice e neoliberista guidata da Thatcher e poi da Reagan. Altri presero strade diverse, molte delle quali più che dignitose. Altri, purtroppo, scelsero approdi molto differenti, non del tutto coerenti, a mio avviso, come quelli craxiani. Le loro ragioni – perché qualche ragione c’è in ogni posizione – vanno comunque capite e spiegate, sul piano storico, prima o oltre che condannate.
Ma se tutto questo è vero, perché si deve arrivare a falsificare non solo la storia, ma persino la propria biografia? Perché retrodatare di sei o sette anni il proprio anticomunismo? Certo Battista può dire: ho detto “anticomunista” per brevità, volevo dire anti-Pci. Ma sarebbe scusa meschina. Prima di tutto perché le parole hanno un senso e un peso precisi. In secondo luogo, perché proprio da Praga, proprio dal 1968-1969, Berlinguer iniziò a chiarire definitivamente che il Pci, i comunisti italiani, il comunismo italiano erano altra cosa dai carrarmati del patto di Varsavia. E in terzo luogo, potremmo aggiungere, perché proprio quel Dubcek che qui Battista evoca rimase sempre legato al Pci, coerente con le posizioni di comunismo democratico difese da Berlinguer. Che andò in quello stesso anno, il 1969, appena eletto vicesegretario, a dire in faccia ai sovietici, a Mosca, le distanze che separavano e che sempre più avrebbero separato comunisti sovietici e italiani. Forse fu fatto vicesegretario e designato a divenire poi segretario del Pci proprio per questo: perché non aveva alcun timore di dire tutto questo in faccia ai sovietici.
Esiste allora davvero – viene da domandarsi – un “complesso del rinnegamento” che fa dire a molti, prima che il gallo canti: “io non lo conosco”, ovvero: “io non sono mai stato comunista”? Sembrerebbe proprio di sì.