La democrazia dei partiti. Il Pci in Basilicata dal Fascismo alla Repubblica (1943-1946) Michele Fasanella. Calice Editori 2016

Prefazione

di Piero Di Siena

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Michele Fasanella, La democrazia dei partiti. Il Pci in Basilicata dal Fascismo alla Repubblica (1943-1946), Calice Editori, Rionero in Vulture 2016.

Questo lavoro di Michele Fasanella sulla rinascita del Pci in Basilicata tra il 1943 e il 1946, nel periodo cioè che intercorre tra la caduta del fascismo in seguito al voto del Gran Consiglio del 25 luglio del ’43 e il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente nel 1946, costituisce un contributo di prima grandezza alla revisione di un paradigma storiografico attraverso cui a lungo si è costruita l’interpretazione della storia dell’Italia repubblicana. Infatti, soprattutto nei primi due decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, la genesi dei partiti democratici che hanno costituito i pilastri della democrazia repubblicana dalle origini sino alla loro crisi agli inizi degli anni Novanta era stata individuata in maniera a volte esclusiva nella Resistenza e nella lotta armata delle formazioni partigiane dell’Italia centro-settentrionale.

Ora, naturalmente, non si tratta di mettere in discussione il ruolo centrale avuto dalla Resistenza e dall’esperienza unitaria del Cln in Alta Italia nella formazione dei partiti dell’Italia postfascista. E soprattutto di quanto esse abbiano pesato nella creazione, nel vivo di una lotta feroce e sanguinosa, di quella condivisa matrice antifascista che sta alla base del “comune sentire” che rese possibile nel biennio successivo l’elaborazione e l’approvazione della Carta costituzionale. Si tratta, invece, di approdare a una più attenta ricostruzione del carattere articolato e differenziato, direi ineguale, del processo di costruzione dei partiti democratici, e del carattere contraddittorio che esso spesso assunse tra le diverse parti del Paese. Del resto, è facile comprendere come queste differenze sul piano territoriale fossero inevitabili, se si pensa come, nel triennio in questione, il Paese fosse diviso in due dall’occupazione nazista da una parte, che dimostrò una capacità di resistenza maggiore di quanto si fosse sperato, e dall’altra dall’avanzare, meno rapido del previsto, delle truppe alleate che dopo lo sbarco in Sicilia avevano liberato l’Italia meridionale.

Se guardiamo poi in particolare, all’interno del panorama dei nuovi partiti democratici, alla genesi di quelli che tra essi diventeranno partiti di massa (il Pci e la Dc, e per certi aspetti anche il Psi), si vedrà che alla formazione dei loro tratti costitutivi contribuì non poco il processo di costruzione che si avviò nel triennio in questione in Italia meridionale, quando al Nord per ragioni obiettive, legate al fatto che la guerra era ancora in corso, nella fisionomia dei nuovi partiti democratici più che il radicamento diffuso nella società prevalgono quei tratti che scaturiscono dal primato dell’“opzione militare” imposta dalla situazione in cui si trovarono ad operare.

Del resto, già nel corso degli anni Settanta, per primo a sottolineare questo complesso di questioni fu Giorgio Amendola, insieme uno dei principali protagonisti politici di quegli anni e poi tra i più acuti interpreti sul piano storiografico dei nodi problematici che stanno alla base della costruzione della democrazia repubblicana. Amendola innanzitutto porta alla luce i contrasti e le differenze di prospettiva politica tra i gruppi dirigenti del Pci che sono al Sud e quelli del Nord e le polemiche di cui furono protagonisti, proprio in ragione delle differenze di priorità politiche dettate dalla diversa situazione (la partecipazione al governo Badoglio al Sud e la direzione della lotta armata al Nord)[1]. Ma in quegli anni egli interviene anche sul tema cruciale di quella che chiamò la “continuità dello Stato” tra fascismo e postfascismo, che si realizza attraverso il permanere del ruolo degli apparati (prefetti, polizia e amministrazione).[2] Degli anni Settanta è anche un lavoro di Nino Calice[3], per tanti aspetti pionieristico, che colloca, come fa Fasanella per il Pci, la genesi dei partiti democratici in Basilicata appunto nel triennio ’43-45. Calice ricostruisce il quadro complessivo del nuovo sistema dei partiti in Basilicata e dei loro rapporti, sottolineandone alcuni tratti di originalità e avendo il merito per primo di portare alla luce il ruolo del nittismo nella costruzione della trama di quelle relazioni politiche che saranno poi prevalentemente ereditate dallo sviluppo della Democrazia cristiana guidata da Emilio Colombo.

Fasanella ricostruisce la storia della rifondazione su basi di massa del Pci in Basilicata attraverso un esame accurato della pubblicistica esistente e delle fonti di stampa dell’epoca, a cominciare dai due organi di stampa del partito: “Azione proletaria” per la Federazione di Potenza e dal 1946 “La Provincia di Matera” per la Federazione della seconda provincia lucana. Ma a questo egli aggiunge una consultazione sistematica, che non ha precedenti, degli archivi del partito sistemati presso la Fondazione Gramsci e degli archivi provinciali di Potenza e Matera e di quello centrale dello Stato. Ne scaturisce una narrazione inedita del processo di riorganizzazione del partito, scandita attraverso la successione delle notizie biografiche dei membri del suo gruppo dirigente contenute nelle schede informative del ministero dell’Interno. Ne viene confermato quanto ho avuto modo di scrivere in altra sede, e cioè che nel Mezzogiorno, e in generale nell’Italia repubblicana, “non ci sarebbero stati partiti di massa senza che questi fossero solidi e sperimentati ‘partiti di quadri’”[4]. Concorrono, infatti in Basilicata, alla ricostruzione del Partito comunista un numero sparuto, ma autorevole, di quadri provenienti dal Partito comunista d’Italia prefascista, i quali avevano più o meno svolto attività clandestina durante il fascismo, come Michele Mancino nel Potentino, Michele Bianco a Matera, e il nucleo dei comunisti della città di Potenza raccolti intorno ai fratelli Padovani e a Donato Leone. Ma vi è anche un certo numero di confinati in centri grandi e piccoli della Basilicata, che scelgono di rimanere, come Pietro Fabretti e Vicenta Soler, sua moglie, che un ruolo di rilievo ebbe nell’organizzazione delle donne comuniste e nella nascita dell’Udi, senza contare l’influenza indiretta che personalità di grande rilievo dell’antifascismo italiano, da Camilla Ravera a Guido Miglioli, a Eugenio Colorni, a Manlio Rossi Doria e Carlo Levi[5], ebbero nei comuni lucani in cui erano al confino nella formazione dei quadri antifascisti locali che contribuirono a costruire la trama delle organizzazione antifasciste e tra esse del Partito comunista. In alcuni casi decisivo fu invece il contributo di quadri giovani spesso tornati dalla guerra, come Antonino Pace di Atella, che eletto segretario della Federazione di Potenza riuscì sia pur provvisoriamente a superare i contrasti tra Michele Mancino e il gruppo dirigente della città di Potenza, che paradossalmente si ripropongono alla caduta del fascismo esattamente negli stessi termini con i quali avevano visto la luce negli anni immediatamente precedenti all’avvento del regime. Continuo è poi il rapporto con il gruppo dirigente nazionale. Rilevante è la presenza di Terracini e Gullo nelle discussioni che coinvolgono localmente i quadri di partito. E del resto è lo stesso Togliatti che presiede il primo Congresso della Federazione di Potenza. Ma questo rapporto tra livello nazionale e locale è garantito soprattutto dall’invio da parte del centro del partito di ispettori che si preoccupano di dare continuità e una forma matura all’azione dei gruppi di dirigenti. Di particolare rilievo, da questo punto di vista, fu la permanenza in Basilicata di Attilio Esposto (poi tra i più importanti dirigenti a livello nazionale della politica agraria del Pci), partigiano nelle montagne dell’Abruzzo, a testimonianza anche del tentativo del gruppo dirigente nazionale di operare una saldatura tra l’esperienza della lotta armata contro il fascismo e l’occupazione tedesca e la costruzione di una politica di massa nelle zone liberate.

Le pagine di Fasanella confermano, altresì, che l’affermazione del Pci quale partito di massa in Basilicata avviene attraverso l’assunzione della “questione contadina” quale tema centrale della sua azione politica[6]. Ma se, da questo punto di vista, il salto di qualità e il consolidamento del consenso di massa nelle campagne avvengono nel corso della lotta al latifondo e con il Movimento di Rinascita tra il 1949 e il 1950, non c’è dubbio che i semi sono tutti gettati nel triennio 1943-46. Da questo punto di vista decisiva fu l’azione di Michele Mancino, che battè palmo a palmo l’intera provincia di Potenza[7], sia pur lasciando (come gli fu rimproverato) per mesi le postazioni della direzione provinciale in una situazione di disorganizzazione e di marasma che resero faticoso lo sviluppo ordinato del partito.

D’altra parte, sulla base dei dati – iscritti e voti -, che Fasanella ricostruisce in modo puntuale, appare evidente che il radicamento di massa del Pci si realizza prevalentemente in quelle zone contadine della fascia bradanica in cui, a partire da Irsina, Genzano e Palazzo San Gervasio, erano sorte le prime organizzazioni socialiste agli inizi del Novecento, estesesi poi nella zona del Vulture e, sempre a ridosso del letto del Bradano, nell’alto Materano, nella stessa città di Matera, fino a Montescaglioso e Bernalda a poca distanza dalle rive del mar Ionio. E ciò nonostante, soprattutto da parte di Michele Mancino, una cura particolare fosse dedicata al proselitismo nelle aree interne, dove il Pci tuttavia non raggiunge mai dal punto di vista organizzativo e del consenso elettorale significative dimensioni di massa, ad eccezione di vere e proprie “isole” come Senise, Roccanova, Brienza e a Viggianello, in ragione dell’influenza di una personalità come quella di De Filpo. Solo all’indomani della grande modernizzazione degli anni Sessanta e dopo l’”onda lunga” del ’68 il Pci riuscì effettivamente a penetrare nelle aree interne della regione, prevalentemente attraverso le nuove generazioni del ceto medio, figlie della scuola di massa e dell’influenza sia pure spesso indiretta degli anni della contestazione.

In conclusione, l’accurata ricerca d’archivio che sorregge questo lavoro di Fasanella sui primi anni del Pci in Basilicata nel secondo dopoguerra ci offre uno spaccato analitico e delle indicazioni di metodo su un tema che è ritornato a essere cruciale nella storia della Repubblica: quello relativo ai processi entro i quali prendono vita quei “corpi intermedi” tra istituzioni e società civile che sono essenziali a alimentare il circolo virtuoso tra rappresentanza, governo e partecipazione.

Oggi, quando proprio la crisi dei “corpi intermedi” costituisce il tallone d’Achille della democrazia nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, può tornare di qualche utilità ricostruire come fa Fasanella, a partire da un laboratorio limitato ma emblematico quale può essere una realtà come quella della Basilicata, i tratti di un processo complesso e per molti aspetti contraddittorio, che avviene in modo ineguale e con un andamento molecolare, attraverso una permanente tensione tra radicamento nelle realtà locali e un indirizzo e una direzione di senso di carattere generale.

A ben vedere potrebbe essere una lezione valida anche per i compiti e le sfide dell’oggi.

 

[1] Vedi G. Amendola, Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma 1973.

[2]; Id., La “continuità” dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo, in Quaderni di “Critica marxista”, 1974, e poi in Fascismo e movimento operaio, Editori Riuniti, Roma 1975.

[3] Partiti e Ricostruzione nel Mezzogiorno. La Basilicata nel dopoguerra, Prefazione di Gerardo Chiaromonte, De Donato Editore, Bari 1976.

[4] Vedi Prefazione a A. R. Ziccardi, La politica come impegno collettivo, Giuseppe Barile Editore, Irsina 2016.

[5] Sui confinati in Basilicata vedi L. Sacco, Provincia di confino. La Lucania nel ventennio fascista, Schena Editore, Matera 1995; M. Strazza, Melfi terra di confino, Tarsia Editore, Melfi 2006.

[6] Vedi fra tutti S. Lardino, Il “sogno di una cosa”. Il movimento per la terra in Basilicata tra storia e storiografia, Mario Congedo Editore, Galatina 2012.

[7] Vedi il mio Michele Mancino, come nasce il “partito nuovo”, in P. Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno, Calice Editori, Rionero in Vulture 2013.