Il terremoto del 1980 e la svolta di Berlinguer nei ricordi di Piero Di Siena.

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Un terremoto “storico” (Irpinia 1980): come fu vissuto dal PCI nei ricordi di Piero Di Siena

La sera del 23 novembre dell’80, quando arrivò quella terribile scossa, ero a Lauria fermo al semaforo esattamente in quel budello di strada che congiunge Lauria Nord con Lauria Sud in cui si procede a traffico alterno. Sento la macchina sobbalzare più volte e penso, senza in verità averne motivo, a un’aggressione. Poi vedo un lampione oscillare e la gente uscire di corsa dalla sede di un circolo che era lì proprio di fronte al semaforo. Capisco che si tratta di una scossa fortissima di terremoto e penso che una tragedia immane avesse colpito la Calabria settentrionale ai cui confini si trova Lauria. Del resto non si era più volte detto in quegli anni che la Calabria era a rischio sismico elevatissimo? All’epoca ero segretario provinciale del Partito comunista italiano. Da due giorni stavo nel Lagonegrese. Due giorni intensi e tesi: il 22 novembre un convegno regionale del partito sulla sanità a Lauria, sfidando nel suo feudo il senatore Domenico Pittella che aveva in corso un contenzioso con la Regione attorno alle convenzioni della sua clinica privata; la mattina nelle campagne di Trecchina per il tesseramento al partito; il pomeriggio ancora a Lauria e in quel momento diretto a Rivello, dove la sera mi attendeva un’assemblea di sezione sempre per il tesseramento. Naturalmente, a Rivello, l’assemblea era saltata. Ma mi aspettava in piazza il segretario della sezione, il quale mi disse che sembrava che l’epicentro fosse nei dintorni di Potenza. Trovai una cabina telefonica (come è noto i cellulari erano ancora uno strumento di là da venire) e chiamai il mio numero di casa che, naturalmente, squillava a vuoto. E squillarono a vuoto i telefoni di altri compagni, finché mi rispose Giacomo Schettini che era risalito nel suo appartamento per prendere qualche coperta per trascorrere con la famiglia la notte all’aperto. Da lui ebbi le prime informazioni. Non mi restava che tornare a Potenza. Mi aspettava un viaggio di due ore. E quando, dopo aver lasciato la Reggio-Salerno a Polla, imboccai la Basentana, incominciai ad avere la percezione di quello che era accaduto. Ero solo ad andare verso Potenza, ma dall’altro lato della strada vi era una lunga teoria di macchine che scorreva come un nastro nella direzione opposta, verso dove era difficile capire. Arrivai a Potenza, a casa mia che era alle spalle di via Pretoria all’altezza della villa del Prefetto. L’intero palazzo era vuoto. Una vicina di casa, incrociata per caso, mi diede qualche notizia sommaria su dove a piedi si erano diretti mia moglie e i miei figli. Mi misi immediatamente alla loro ricerca. E all’altezza di piazza Sedile incontrai, invece, Umberto Ranieri, che era il segretario regionale del Pci lucano, insieme a Vito Lisanti, allora consigliere comunale, un compagno pieno di passione politica e umanità, purtroppo morto prematuramente a metà degli anni Ottanta. Erano già in movimento per riannodare le fila della nostra organizzazione, travolta in quelle ore come ogni cosa. Ci demmo un appuntamento entro un’ora. Il tempo per ritrovare i miei figli, sistemarli per la notte in macchina in un tornante di via Acerenza, con in alto la torre Guevara, in una zona in cui non incombevano gli enormi palazzi che si affastellano nel centro di Potenza, e mettersi in giro per i quartieri – io, Lisanti e Ranieri -, agli assembramenti all’aperto attorno ai fuochi, a cercare a uno a uno i funzionari e i dirigenti del partito, per cercare di ricostruire dal nulla l’organizzazione del partito che in un minuto era stata come spazzata via. Girammo tutta la notte, cercando di tanto in tanto dalle cabine pubbliche di telefonare a Roma alle Botteghe Oscure, ossia alla sede nazionale del Pci. Senza successo perché le linee erano sovraccariche. La mattina, dopo esserci assicurati che avremmo aperto la sede del partito come ogni giorno, verso le 7 e 30, dal telefono di un ufficio comunale a Verderuolo adibito a ricovero per la notte, riesco a mettermi in contatto con Roma. Mi passano la segreteria del partito e dall’altro capo sono investito da una sequela d’improperi da parte di Pio Latorre, allora membro della segreteria nazionale e collaboratore stretto di Berlinguer, che aveva telefonato in federazione per tutta la notte e, ovviamente, non aveva trovato nessuno. Mi trattò quasi come se avessi disertato. Pio aveva un carattere irruento e, naturalmente, era in preda all’agitazione per un evento di cui non si conosceva ancora l’ampiezza e la portata. In quella mattinata del 24 novembre tutti, a Potenza come a Roma, eravamo convinti che il cuore del terremoto fosse da noi, a Balvano, dove era crollata sui fedeli la volta della chiesa facendo numerosissime vittime. Ma Pio mi chiese anche della “sua” Muro Lucano, il paese di origine della madre, dove lui siciliano aveva trascorso lunghi periodi della sua infanzia. Nell’ansia e nell’alterazione di quella telefonata vi era l’apprensione per quella che egli considerava la sua seconda patria in cui tornava, da dirigente del Pci, sempre con piacere. La mattina del 24 aprimmo la sede provinciale del partito con i dirigenti e i funzionari tutti al lavoro a cercare i contatti con le sedi locali. La federazione del Pci e il Comune di Potenza forse furono, quella mattina, gli unici uffici aperti di tutta la città. Arrivarono tra i primi i compagni di Matera, che intanto accompagnarono la mia famiglia a Bari in modo che io potessi muovermi con maggiore agio. Poi nel pomeriggio incominciarono ad arrivare da Bari studenti universitari comunisti, compagni della Sezione universitaria del Pci, che io avevo diretto assieme a Giuseppe Cotturri nei giorni caldi del ’77 fronteggiando quelli dell’Autonomia. Con loro c’era Giusi Del Mugnaio, corrispondente da Bari dell’Unità e compagna di Massimo D’Alema, trasferitosi solo da qualche mese in Puglia. La prima ad arrivare dalla Direzione nazionale del Pci fu Alida Castelli, viaggiando in treno fino a Salerno e poi con un’auto a noleggio. Alida solo da pochi mesi era diventata funzionaria della Direzione dopo essere stata responsabile femminile della Federazione di Potenza. Poi arrivò Gerardo Chiaromonte. Insieme andammo a Balvano dove vidi per l’ultima volta Ignazio Petrone, ex senatore del Pci e fra i maggiori penalisti di Potenza, che nonostante fosse molto malato e ormai prossimo alla morte, nella veste di pretore onorario si stava occupando del riconoscimento delle salme delle vittime del crollo della chiesa. A Potenza, la sede della federazione del partito era al primo piano di un palazzo enorme a via Mazzini e aveva una trave portante lesionata. Dovevamo abbandonarla perché inagibile e spostarci altrove. Ci tratteneva il fatto che avremmo perso il contatto telefonico con i compagni delle sezioni. Ma quando nel pomeriggio arrivò una terribile scossa di assestamento, io stesso che pure per tutta la giornata avevo convinto i più riluttanti a non abbandonare la sede, mi persuasi che lì non si potesse stare oltre. A farci desistere dal proposito di andare via fu l’atteggiamento di Gerardo Chiaromonte. Mentre noi ci eravamo, dopo la scossa, precipitati tutti in strada, Gerardo era rimasto imperturbabile a scrivere il suo editoriale per “Rinascita”, il settimanale del partito. Potevamo noi essere da meno? Dopo un paio di giorni la Sip (credo che la Telecom si chiamasse ancora così) ci spostò le linee telefoniche nella sezione di Verderuolo che divenne per mesi la nostra base operativa. Ben presto, con il coordinamento di Peppe De Luca responsabile dell’organizzazione della federazione e di Vito Consoli arrivato da Taranto, le centinaia di comunisti della nostra regione e di ogni parte di Italia che erano accorsi anche individualmente furono organizzati per il lavoro di soccorso. Nei giorni dell’emergenza il Pci, dopo l’esercito e il sindacato (che ebbe un’organizzazione degli aiuti parallela e autonoma dalla nostra), fu il principale punto di riferimento per l’azione di soccorso. Vi furono paesi e soprattutto frazioni di campagna dove i comunisti arrivarono per primi a portare un minimo di sollievo alle popolazioni colpite (coperte, tende, cibo). Non potrò mai dimenticare lo sguardo tra l’imbarazzato e l’ironico di Enrico Berlinguer di qualche giorno dopo (forse una settimana), mentre mangiavamo un boccone al Motel Park di Potenza, verso Zamberletti, il commissario straordinario nominato dal governo, quando questi nel salutarlo con una certa enfasi gli disse che il suo partito, il Pci, era il miglior reparto delle sue truppe. Noi, comunque, pensammo veramente, in quei giorni, che di fronte alla latitanza di tanta parte degli apparati e delle istituzioni eravamo l’ultimo baluardo dello Stato democratico. Nel giro di un paio di giorni arrivarono gli emiliani, i soccorsi ufficiali della Regione Emilia Romagna e quelli della federazione del Pci di Bologna. E ancora, un gruppo di bolognesi, coordinati da Walter Vitali, si era stabilito tra Ruvo e San Fele. Vasco Errani, l’attuale presidente dell’Emilia Romagna, guidava i volontari della Fgci accampati nella neve a Pazzano tra Castelgrande e Pescopagano. Bisogna dire che il primo impatto con gli emiliani non fu semplice. Quando arrivarono la mattina del 25 novembre, i convogli della Regione Emilia Romagna si diressero alla sede della Regione Basilicata e non trovarono nessuno. Lo sconcerto fu enorme e qualcuno incominciò a pensare che non c’era altro da fare che tornare indietro. Per fortuna con loro c’era un funzionario della Regione Emilia di origine lucana, Giovanni Manieri, figlio di un nostro dirigente, che si offrì di accompagnarli alla sede del Pci a Potenza che egli naturalmente conosceva. E’ così che, dopo aver rintracciato Romualdo Coviello allora assessore al Bilancio, facemmo assegnare agli emiliani un terreno nella piana di Baragiano accanto al campo base dell’esercito per montare le loro strutture di soccorso. Ma i problemi non finirono lì. I soccorritori emiliani – infermieri professionali, geologi, tecnici del settore edilizio – erano venuti con l’idea di svolgere un ruolo di supporto di tipo specialistico a un’azione di soccorso che avrebbe dovuto vedere le istituzioni pubbliche in prima linea. Una volta stabilitisi a Baragiano, invece, furono immediatamente mandati nei paesi più colpiti a rimuovere le macerie, a recuperare le salme e i pochi ancora vivi sotto le case crollate. Fu un impatto terribile. Ero con Mario Santostasi, allora segretario della Cgil pugliese, quando fui chiamato d’urgenza a Baragiano. Insieme, se non mi fa difetto la memoria, a Pier Luigi Bersani, allora segretario della federazione del Pci di Piacenza, che era nel campo, dovemmo faticare non poco a convincere i volontari a non gettare la spugna e andare via. Facemmo appello al loro orgoglio e senso di responsabilità, li pregammo di pensare a che si sarebbe detto sulla stampa nazionale della loro regione. Riuscimmo a convincerli, e credo che a Muro Lucano, Bella, Picerno e Baragiano sia ancora vivo il ricordo della loro generosità e del loro spirito di solidarietà. Lo stesso accadde a Potenza. La federazione del Pci di Bologna era arrivata con una mensa da campo capace di preparare centinaia di pasti al giorno. Dovevamo avere il permesso dal comune per istallarla. A sera il permesso ancora non c’era. I compagni di Bologna stazionavano nei loro pullman in attesa. Fino a quando non ce la fecero più e andarono su tutte le furie. Mauro Zani, allora responsabile di organizzazione della federazione di Bologna, se li chiuse tutti in un pullman per una riunione che durò ore. Noi comunisti del posto, questa volta, rigorosamente fuori a attendere le loro decisioni. Naturalmente decisero di rimanere e, intanto, il permesso del comune era arrivato. L’arrivo di Berlinguer fu l’occasione per una grande mobilitazione. Li andai a accogliere io, lui e Pio Latorre, a Sant’Andrea di Conza ultima tappa del viaggio in Irpinia. Era notte fonda quando attraversammo Pescopagano completamente vuota dei suoi abitanti e immersa nella luce abbagliante dei grandi fari dell’esercito e della protezione civile. Fino a Potenza Latorre fu un torrente in piena, parlava in continuazione, voleva sapere tutto. Berlinguer taceva e apparentemente sonnecchiava. Dovetti ricredermi il giorno successivo quando nell’incontro al comune di Potenza egli riportò per filo e per segno i problemi esaminati nel viaggio notturno da me e Latorre. E così fece anche negli incontri successivi, a Muro Lucano e a Bella, dove lo aspettammo a lungo per più di tre ore, perché Umberto Ranieri che era con lui, non guidando la macchina e girando sempre quindi con un autista, non aveva una dimestichezza sufficiente con le strade della Basilicata e non riusciva quel giorno a trovare il bivio per Bella. Mi si affollano nella mente mille episodi e persone: Alcide Vecchi, ex sindaco di Sassuolo, che stette con noi un anno a darci una mano nell’organizzare il partito; Pierina Vitale, operaia di Reggio Emilia, del Comitato centrale del Pci, che lavorò a ricostruire la Commissione femminile; le tante parlamentari comuniste accolte e ospitate da Anna Maria Riviello e da lei indirizzate nelle tendopoli a portare la solidarietà del partito; gli inviati dell’Unità Mirella Acconciamessa, Vladimiro Settimelli, Sergio Sergi, alcuni dei quali ritrovai nei miei anni all’Unità. Ricordo l’imbarazzo di Gerardo Chiaramonte quando gli lessero per telefono preventivamente la dichiarazione che Berlinguer avrebbe fatto a Salerno con la quale, di fronte alla totale incapacità del governo nell’affrontare l’immane tragedia, poneva fine alla politica di solidarietà nazionale e alla strategia del compromesso storico. Io e Gerardo avevamo deciso di non andare a quella riunione di Direzione convocata straordinariamente a Salerno. Avevamo da fare a Potenza, e benché diversissimi avevamo un’idea della politica in cui l’agire concreto aveva la priorità su tutto. A ambedue sembrava che quella riunione fosse essenzialmente un’iniziativa di propaganda. E invece sbagliammo a non andare. E sbagliò soprattutto lui che fu costretto a dare l’assenso per telefono a una posizione che, per altro, non condivideva del tutto, quella che fu chiamata la “seconda svolta di Salerno” e inaugurò la politica del cosiddetto secondo Berlinguer e dell’”alternativa democratica”. Bisogna dire che quello del permesso per la mensa della federazione di Bologna fu, in quei giorni, l’unico momento di attrito tra noi e l’amministrazione comunale di Potenza, che tra le grandi istituzioni pubbliche fu quella che meglio di altre resse all’urto del terremoto, in una città che era diventata il fantasma di se stessa, con il centro storico evacuato e senza corrente elettrica, presidiato dall’esercito contro i pericoli dello sciacallaggio (fenomeno in verità di cui non ho memoria). Fummo noi comunisti a convincere l’amministrazione a nominare alla guida di ogni tendopoli i consiglieri comunali, di maggioranza e di opposizione. Tra essi, eccezionale l’opera di due donne, Mariella Abrugiato comunista e Carmen Catapano democristiana. Fummo anche determinanti nella scelta di montare a Bucaletto i prefabbricati pesanti, anche contro il parere della Cgil, allora guidata da Pietro Simonetti. E forse sbagliammo. Insomma, in quella fase dell’emergenza e dei soccorsi il Pci si temprò come forza di governo, capace in un momento eccezionale di affrontare e risolvere problemi concreti. Credo che quell’esperienza non sia stata estranea alla formazione di quella attitudine al governo che l’ultima generazione di dirigenti comunisti (Bubbico e Folino innanzitutto) ha dimostrato nel corso della ormai lunga esperienza del centrosinistra lucano. Imparammo anche a trattare da pari a pari con il mondo delle imprese, a cominciare da quelle a noi vicine del movimento cooperativo, senza complessi d’inferiorità e in autonomia, e soprattutto attenti a non stabilire alcun intreccio di interessi. Da noi venne l’incoraggiamento a costituire l’Ordine degli architetti in Basilicata, il cui primo presidente fu Luciano Mastroberti. Io stesso partecipai a molte riunioni perché gli architetti e i progettisti comunisti dessero vita a un consorzio, che si sarebbe dovuto organizzare attorno a Piero Romaniello, per meglio affrontare le sfide della ricostruzione. L’impresa non andò in porto ma ci provammo. Nacque una nuova leva della Fgci. Ricordo come se fosse ora Cecilia D’Elia, attuale vicepresidente della Provincia di Roma, e Antonio Luongo che vagavano senza meta a Santa Maria e lo stupore nei loro occhi quando, con una certa rudezza, li invitai a venire in sezione perché non era tempo di stare con le mani in mano. Poche ore dopo si presentarono all’appuntamento. E da lì è cominciato il percorso politico di una generazione che, nel bene e nel male, è stata protagonista di questi tormentati decenni della sinistra italiana. In Basilicata non fummo mai interessati come in Campania a dare vita a Comitati popolari, contrapposti alle istituzioni pubbliche, per affrontare i problemi dell’emergenza e poi della ricostruzione. Ci provò a Potenza il Pdup e ci provarono a Rionero in Vulture dove a sinistra del Pci vi era un forte raggruppamento guidato da Carlo Pesacane e di cui era parte dirigente l’attuale sindaco, Antonio Placido. Noi comunisti lucani puntavamo invece su un potenziamento del ruolo dei sindaci e delle amministrazioni comunali, e della legislazione ordinaria contro ogni forma di deroga, nella gestione dell’emergenza e nella ricostruzione. Eravamo spinti dal fatto che nelle amministrative della primavera precedente il terremoto avevamo conquistato molti comuni delle zone colpite. A Muro Lucano, paese tradizionalmente di destra, divenne sindaco il comunista Vincenzo Iasilli, perché la Dc per insanabili rotture interne non era riuscita a presentare le liste. La stessa cosa avvenne a Rionero in Vulture l’anno successivo, dove divenne sindaco Rocco Viglioglia. Quindi una parte significativa dei comuni colpiti era amministrata da noi. Ma non solo di questo si trattava. Noi pensavamo che per affrontare l’immane sforzo necessario per ricostruire le nostre comunità bisognava rafforzare il ruolo delle autonomie locali. Non ci convinceva l’invocazione di una generica democrazia dal basso, combinata a una gestione dell’intervento dall’alto attraverso regimi commissariali in deroga alle leggi ordinarie. Provai a spiegare questa nostra impostazione in un Comitato federale del Pci di Potenza alla presenza di Occhetto e tradurla nella formula di un “funzionamento eccezionale della democrazia”. Poi Umberto Ranieri mi disse che Occhetto gli aveva confessato che non capiva bene quello che volevo dire. Ottenemmo anche qualche risultato sulla nostra linea. Soprattutto per merito di Nino Calice, allora senatore, la legge 219 per la ricostruzione assegnò agli enti locali un ruolo centrale. Suo fu anche il merito di aver fatto inserire nella legge una richiesta unanime delle forze politiche regionali, quella dell’istituzione dell’Università di Basilicata. Ma poi le cose presero un’altra direzione. E con le modifiche successive alla legge per la ricostruzione vi fu una sequela di commissariamenti e norme in deroga: sugli appalti, sulle aree d’insediamento industriale, sulla costruzione delle infrastrutture viarie. E ben presto la ricostruzione delle aree terremotate si trasformò in un capitolo di quella “rivoluzione passiva” che attraversò l’Italia per tutti gli anni Ottanta. Non voglio dire che gli orientamenti del Pci della Campania a favore dei commissariamenti, cui avrebbe dovuto fare da contrappeso una generica mobilitazione popolare, fosse la causa di tutto ciò. C’era già stata la sconfitta alla Fiat, la strage di Bologna, e Craxi iniziava la sua ascesa. C’era stato due anni prima l’assassinio di Moro. Era un’illusione pensare che la politica sulla ricostruzione delle aree terremotate potesse invertire il corso delle cose. Eppure quella illusione, sia pure per un breve periodo, la coltivammo, perché quello fu l’ultimo grande episodio di mobilitazione nazionale di un’Italia generosa e forte, animata da un grande sentimento di solidarietà nazionale, prima che il Paese entrasse nel tunnel degli anni Ottanta da cui purtroppo non è ancora emerso.

Speciale di:”Il Quotidiano della Basilicata” 23 novembre 2010