I primi mesi di vita del Pcd’I e un (presunto) piano per l’insurrezione.

9788892642072

La ricerca di G. Palazzolo sull’informatore del prefetto di Torino

Recensione di Alexander Höbel

Guglielmo Palazzolo si definisce “un vecchio militante del Pci” (prese la prima tessera nel 1963), per il quale è stato sindaco di Scicli, consigliere provinciale e presidente del Comitato federale di Ragusa. A lungo professore di Italiano e storia e per 24 anni preside, si era laureato a Roma nel 1966 con Renzo De Felice, con una tesi su L’organizzazione di base dei comunisti italiani nel 1921-22 (oggi consultabile presso il Centro studi “Feliciano Rossitto” di Ragusa o presso la Fondazione Gramsci di Roma), da cui trasse un saggio per la “Rivista storica del socialismo” di Luigi Cortesi e Stefano Merli, pubblicato nello stesso anno (L’apparato illegale del Partito comunista d’Italia nel 1921-1922 e la lotta contro il fascismo, 1966, n. 29).
A distanza di cinquant’anni, come un investigatore al quale non tutti i conti tornavano, Palazzolo è “tornato sul luogo del delitto” e, riprendendo la sua ricerca giovanile, con l’ausilio della Fondazione Gramsci (e in particolare del neo-direttore Francesco Giasi, di una ricercatrice esperta e accurata come Maria Luisa Righi e dell’attentissimo Alessandro Larussa), ha per certi versi concluso il lavoro del ’66, offrendo alla ricerca e al dibattito storiografico sui primi anni di vita del Pci (allora Partito comunista d’Italia) una ipotesi interessante, condensata in un opuscolo disponibile anche on line [G. Palazzolo, Il dirigente del Pcd’I informatore del senatore Taddei (prefetto di Torino), Youcanprint 2016].
Durante il lavoro per la tesi, Palazzolo ebbe in visione da Renzo De Felice 18 circolari “riservate” e “riservatissime” che gli organismi dirigenti del Pcd’I avrebbero inviato alle organizzazioni locali tra il marzo e il maggio del 1921, dunque all’indomani della fondazione del Partito a Livorno, con istruzioni dettagliate relative a un piano insurrezionale e alla sua preparazione, che un informatore aveva trasmesso al prefetto di Torino, senatore Taddei. Il giovane laureando, che nell’Archivio centrale dello Stato aveva reperito una corrispondenza tra il direttore generale della Pubblica sicurezza e il prefetto di Milano, i quali erano giunti alla conclusione che quelle circolari fossero dei falsi, espresse le sue riserve a De Felice. Questi, pur sembrando concordare nel ritenerli apocrifi, pubblicò ugualmente quei documenti in un volume delle Edizioni del Gallo, vicine al Psi, sul primo anno di vita del Partito comunista. Su “Rinascita”, ci ricorda Palazzolo, Terracini ne negò subito l’autenticità, sottolineando che in quei mesi il Pcd’I non progettava “pian fantastici” di improbabili insurrezioni, ma piuttosto si preparava alla clandestinità, essendo ormai montante la marea squadrista appoggiata dagli apparati dello Stato; e anche Spriano espresse lo stesso convincimento.
Di quella documentazione De Felice era in possesso in due versioni leggermente diverse, una reperita all’Archivio centrale dello Stato e l’altra “presso una raccolta privata”. Nella prima tutti i documenti avevano come destinataria l’organizzazione torinese, e in effetti nei testi erano frequenti i riferimenti circostanziati alla città di Torino, e soltanto ad essa. Anche questo avrebbe dovuto far dubitare dell’esistenza di un piano nazionale, e il fatto che tale materiale non fosse stato ritrovato in nessuna delle centinaia di perquisizioni operare a danno di strutture e militanti comunisti in quei mesi aveva indotto già i vertici della Ps a propendere per l’ipotesi del falso. Ma Palazzolo aggiunge un altro elemento a sostegno di tale lettura, ossia l’assoluta mancanza nei vari documenti di riferimenti concreti ai fatti che intanto andavano accadendo in quelle settimane, dall’assassinio per mano fascista di Spartaco Lavagnini all’attentato al teatro Diana di Milano, che fu utilizzato dalle autorità per inasprire le persecuzioni nei confronti dei comunisti.
Acquisita ormai la non autenticità di quella documentazione – che comunque, nel 1966, poté essere usata per rafforzare l’idea della inaffidabilità democratica dei comunisti italiani –, restava da capire chi ne fosse stato l’autore. Doveva essere un dirigente del Pcd’I, un esponente del Partito a conoscenza di molte cose e in grado di utilizzare il timbro del Comitato centrale per accreditare l’autenticità dei documenti; probabilmente un parlamentare, che in questo modo avrebbe avuto occasione di incontrare frequentemente il prefetto Taddei, senatore del Regno; un dirigente dallo stile “incendiario” o quanto meno “tribunizio”. Considerando il fatto che De Felice informò Palazzolo che la “raccolta privata” presso la quale aveva trovato la documentazione era quella della famiglia Bombacci, la quale però gli aveva imposto su questo la riservatezza, l’ipotesi che l’Autore formula ora alla fine del suo lavoro, e cioè che l’informatore fosse appunto Nicola Bombacci, appare niente affatto peregrina, anzi molto probabile.
Palazzolo peraltro non collega direttamente l’azione di Bombacci, espulso definitivamente dal Pcd’I nel 1927, alla sua successiva adesione al fascismo, riconducendola piuttosto a un bisogno di soldi al quale l’esponente ex massimalista avrebbe trovato una “soluzione” molto discutibile. Se è vero infatti che la sua finta delazione non procurò un danno diretto al Partito, certamente contribuì a rafforzare quel clima di allarme negli apparati dello Stato che favorirono l’ascesa del fascismo e le persecuzioni anti-proletarie.
La ricerca di Palazzolo contribuisce dunque a chiarire una vicenda controversa, ma ci induce anche a riflettere su quell’uso pubblico della storia di cui nel caso del Pci si è fatto nel corso dei decenni larghissimo uso, quasi sempre per gettare ombre sul Partito comunista e la sua storia. Il caso in questione è certamente tra i meno gravi: che un partito rivoluzionario, all’indomani del Biennio rosso, potesse pensare a ipotesi insurrezionali, non era una cosa anormale, e Palazzolo ipotizza che la scelta di De Felice di pubblicare quei documenti mirava anche a far emergere il nome dell’informatore; e tuttavia anche in quel caso si operava una forzatura piuttosto disinvolta della linea che il Pcd’I aveva avuto in quei mesi.
Da allora molta strada è stata fatta, con casi ben più clamorosi, dalla falsa lettera di Togliatti sugli alpini dell’Armir che nel 1992 “agghiacciò” Craxi e Occhetto, fino alle incredibili “ricostruzioni” su “Gladio rossa” e dintorni. Una lunga storia di deformazioni e vere e proprie falsificazioni, volte a cancellare anche nella memoria collettiva ciò che invece è stato il Partito comunista italiano, alla cui conoscenza effettiva questa ricerca aggiunge un ulteriore, significativo tassello.