Finale di partito. Recensione di Fabio Vander al libro di Marco Ravelli

revelli

Crisi dei partiti, crisi della sinistra

di Fabio Vander
L’ultimo libro di Marco Revelli (Finale di partito, Torino, Einaudi, 2013, pp. 137) ha per tema un argomento non certo inedito, ma che affrontato in modo originale può riservare ancora interesse: la crisi della “democrazia dei partiti”. Fenomeno di carattere universale, che si è diffuso in tutte le democrazie occidentali particolarmente dopo il 1989, suscitando tra l’altro un’ampia messe di studi di storia e sociologia politica, di cui Revelli dà in parte conto.
Eppure a nostro avviso il libro è piuttosto un capitolo della crisi della cultura politica della sinistra italiana. E da questo riguardo intendiamo ragionarne. Il rischio è infatti che dietro un’analisi di scuola delle ragioni della crisi – la solita “società liquida” (del solito Bauman) che di necessità determinerebbe la fine di strutture pesanti e ingombranti come i partiti di massa ecc. – si nasconda un atteggiamento corrivo con la ‘logica’ dell’anti-politica e in ultima istanza dell’anti-democrazia. Dietro cioè l’approccio a tutta prima scientifico, finisce con il filtrare una malcelata soddisfazione per le difficoltà di un sistema di relazioni politiche che non si è mai riusciti davvero ad accettare.
Ma l’anti-politica non si contrasta con l’anti-politica. Discorso che del resto vale anche per la ricerca scientifica. Non basta l’analisi, occorre anche la critica. A Bauman ad esempio si potrebbe obiettare che non è che c’è la crisi della politica perché c’è la “società liquida”, semmai è perché c’è la crisi della politica (perché è finito il comunismo, perché l’Occidente non ha più bisogno di quella democrazia vera, efficiente, che era necessaria dovendo contrastare il nemico globale, ecc.) che la società si è resa “liquida”, meno strutturata, con meno partecipazione e organizzazione, alla fine meno democratica.
E invece l’impressione è che Revelli, facendosi forte di analisi quali quelle ora accennate, rimanga fermo alla ‘fotografia’ della crisi e quindi alla rigida contrapposizione di partiti e società, spontaneità e organizzazione, partecipazione e costituzione. Un atteggiamento che è un topos dell’anti-politica di sinistra e che ha importanti precedenti nel ’900 (da Sorel al partito-movimento di anni più recenti) ma con un abbrivio che arriva, a guardar bene, a Grillo.
Non a caso Revelli contrappone i referendum (maxime i recenti sull’acqua pubblica e contro il nucleare) alla democrazia rappresentativa, la “sfera pubblica” alla “sfera politica” (cfr. p. 20), insistendo con una connotazione extra-politica della “sfera pubblica” tralatizia quanto pericolosa. E invece è facile obiettare che il referendum, istituto di democrazia diretta, è presente in Costituzione, dunque è costituzionalizzato, pacificamente convivente con gli altri istituti che, tutti insieme, fanno la democrazia italiana.
Tanto più poi che a scendere sul terreno di una acritica esaltazione degli strumenti di democrazia diretta, si rischia di incorrere nell’obiezione (ovvia) che i referendum non sempre sono stati vinti, che il popolo sovrano ha spesso frustrato le aspettative dei promotori meglio intenzionati, ecc. I clamorosi tonfi, in fatto di partecipazione-validazione popolare, dei referendum sull’art. 18 del 2003 o contro la legge elettorale nazionale (del 2009), ma si potrebbero fare molti altri esempi (la gente non votò addirittura per il referendum contro i pesticidi), autorizzano forse a concludere che l’art. 18 va abolito? Aveva ragione la Fornero? Il “Porcellum” va bene così? Bisogna stare sempre attenti con la retorica della società civile. Una lezione che certa sinistra non impara mai.
Tornando allo specifico della crisi dei partiti, Revelli sembra per altro spiegarla secondo i canoni di un determinismo alquanto vetero. Sostiene infatti che essa dipende dal superamento del «modello organizzativo ‘fordista’», con le sue istituzioni politiche stabili e coese, sostituito da un sistema produttivo «leggero, aperto, diffuso, policentrico ecc.» (p. 32). E anche questa, come quella della “società fluida”, l’abbiamo già sentita.
Le due cose per altro vengono regolarmente connesse: nell’epoca della globalizzazione la società si libera dai vecchi vincoli, diviene mero flusso; “an other country” rispetto alla politica.
Anche le molte pagine che Revelli dedica a Robert Michels appaiono poco critiche (se non proprio simpatetiche). Nel senso che il teorico della “legge ferrea della oligarchia”, quella secondo la quale i partiti (e ogni forma di organizzazione umana) sono destinati a ridursi appunto all’“oligarchia”, al prepotere di una minoranza, viene apprezzato in chiave anti-partitica, senza considerare adeguatamente i rischi di questo modo di ragionare. Revelli sa che Michels dal giovanile socialismo passò al fascismo, ma cerca di tranquillizzarci dicendo che il suo non era proprio fascismo, bensì “mussolinismo”….
Il pregiudizio anti-partito porta a questi equivoci, ad accreditare la lezione di un pensatore fascista come Michels. Che insieme a tutti gli altri teorici della “dottrina delle élites”, da Mosca a Pareto, passando per lo stesso Croce della dottrina del “meta-partito”, fu parte attiva a quella crisi intellettuale e morale che fu causa determinante ed esaustiva dell’avvento del fascismo.
Dopo di che, se è giusto lamentare la crescente distanza fra istituzioni e cittadini, il problema si risolve cercando di riformulare il rapporto, trovando nuove forme di partecipazione e decisione, non semplicemente abolendo uno dei termini del rapporto. E invece Revelli a questo approda, quando conclude che il nesso fra democrazia e partiti non è affatto «indissolubile» e definisce “improbabile la prospettiva di un qualche recupero dei partiti politici al loro compito storico e alla loro natura originaria di gestori della partecipazione» (p. 103).
Revelli chiama anzi «retorica della ‘fine della democrazia’» la preoccupazione di quanti temono una democrazia senza partiti. Non realizzando che costoro temono in verità proprio quella che abbiamo chiamato retorica della società civile, che è la cifra dell’anti-politica e dell’anti-democrazia di tutti i tempi.
Né sorprende poi che un tale campione della sinistra estremista alla fine si ritrovi dalle parti di Grillo perché, se pure diffida della «viralità della Rete», la ritiene comunque l’unica possibilità di vincere la «dura resistenza dell’Organizzazione», che con la sua viscosità resiste «a lasciarsi soppiantare dalla libera e piena partecipazione» (p. 119).
Un vero compendio, questo libro, dell’anti-politica e dell’anti-democrazia, ma al tempo stesso testimonianza della profondità della crisi “intellettuale e morale”, è il caso di dire, della sinistra italiana.