Category Archives: Palmiro Togliatti

Pagine di scritti e discorsi di Palmiro Togliatti

Principii dei rapporti sociali (economici)

573

Relazione di Palmiro Togliatti alla I sottocommissione dell’Assemblea Costituente

Gli articoli che propongo alla discussione e di cui chiedo l’approvazione e quindi la inclusione nel progetto di Costituzione da sottoporsi all’Assemblea, sono dettati da due ordini di considerazioni. Si tratta anzitutto di introdurre nella «Dichiarazione dei diritti» che dove, a guisa di preambolo, riassumere lo spirito della nostra nuova Carta costituzionale, l’affermazione di nuovi diritti della persona umana, il cui contenuto è in relazione diretta con l’organizzazione economica della società. In secondo luogo si tratta di affermare con energia, sin dai primi articoli della nuova Costituzione, la necessità di operare nella società italiana, attraverso l’azione dello Stato, profonde trasformazioni economiche e sociali, e ciò allo scopo tanto di fare opera effettiva di redenzione del popolo, quanto di colpire i gruppi privilegiati, autori del fascismo e responsabili della catastrofe nazionale, e impedire, con modificazioni e riforme della nostra stessa struttura sociale, che un’altra volta questi gruppi possano avere il sopravvento e imporre alla Nazione i loro propositi reazionari, antipopolari e antinazionali.

(altro…)

Palmiro Togliatti. Discorsi all’Assemblea Costituente sul progetto di Costituzione 11 e 24 Marzo 1947

11-07-deputati-dell_Assemblea-Costituente-ItLuce-700x388

11 marzo 1947, 

Presidente. È iscritto a parlare l’onorevole Togliatti. Ne ha facoltà.

Togliatti. Onorevole Presidente, signore, onorevoli colleghi, non è per mio desiderio, né per merito o colpa mia, ma unicamente perché così ha voluto la sorte, che intervengo alla fine di questo dibattito. Debbo a questo fatto di avere potuto seguire tutta la discussione preliminare sul progetto di Costituzione della Repubblica italiana che qui si è svolta, di averne potuto cogliere i diversi momenti, dagli interventi dei colleghi i quali si sono elevati veramente a un’altezza degna del tema che sta davanti a noi, degna del compito che ci siamo prefisso, sino a quelli dei colleghi che hanno preferito soffermarsi sovra punti particolari, talora anche di importanza secondaria.

 

In questo momento però; se faccio uno sforzo per rievocare l’assieme del dibattito, non riesco a sfuggire a un senso di perplessità, e sorge in me questa domanda: siamo noi veramente riusciti, non come singoli, ma come Assemblea — la prima grande Assemblea democratica italiana, eletta sulla scala nazionale per discutere la Costituzione da darsi al Paese — siamo noi effettivamente riusciti ad afferrare e a porre nel necessario rilievo la prima e principale questione che sta davanti a noi e che dibattiamo davanti al popolo? Quale sia questa questione ritengo sia chiaro per tutti. La domanda alla quale dobbiamo dare una risposta è questa: Quale Costituzione dobbiamo dare all’Italia? È evidente: quella di cui l’Italia, in questo momento particolare, determinato, concreto, della propria storia, ha bisogno. Ma di quale Costituzione ha bisogno oggi l’Italia? E qui la questione che ho posto è strettamente collegata con un’altra, la più profonda, a cui hanno cercato di dare risposta altri oratori prima di me.

Perché facciamo noi una Costituzione nuova? Solo se avremo dato a questi interrogativi, che si pongono in questo momento, non soltanto a noi, ma a tutto il popolo, una risposta esatta e concreta, solo allora riusciremo a dare un orientamento giusto alle soluzioni che stiamo per prendere, tanto per quello che si riferisce ai problemi generali di ordine costituzionale, quanto per quello che si riferisce alle singole, concrete questioni che incontreremo nel corso della discussione di tutto il progetto.

L’onorevole Nitti, cercando di rispondere alla domanda ch’io mi pongo, ha detto che dobbiamo fare una Costituzione nuova perché siamo dei vinti, e tutti i popoli vinti sono costretti, quasi per una legge della storia, a darsi Costituzioni nuove.

È vero; ma non è tutta la verità. Direi che non è la verità espressa in modo preciso, intiero, in modo che aderisca veramente alla situazione odierna del Paese. In realtà, il principio che le Costituzioni si debbano cambiare o si cambino dopo le sconfitte, non è valido in modo assoluto, né fu sempre valido nel passato. Gli esempi si potrebbero portare numerosissimi. Questo principio, però, si afferma in un periodo determinato della storia, e precisamente si afferma via via che si consolida, nella vita dei popoli il principio democratico, del governo del popolo, per il popolo, attraverso il popolo. Direi anzi che anche dopo l’affermazione del principio democratico come cardine dell’ordinamento degli Stati, vi sono casi, e precisamente in quei paesi che non hanno un ordinamento conseguentemente democratico, dove la sconfitta non lascia tracce profonde. Si potrebbe citare il caso dell’Impero austroungarico, che non fu tratto a catastrofe, ma forse uscì rafforzato dalla sconfitta del 1866. Ma quando il principio democratico si afferma e mette solide radici nella coscienza dei popoli e nella realtà della vita nazionale e internazionale, allora il principio richiamato dall’onorevole Nitti ha valore, e ha valore per un motivo molto semplice: perché si afferma in questo momento il principio dalla responsabilità dei popoli per la loro storia e il loro destino. Quanto più vivamente l’esigenza democratica è sentita, tanto più è sentita questa responsabilità, per cui accade alle volte ad una stessa generazione di essere spettatrice di un dramma storico ed esecutrice dei giudizi di condanna che ne derivano nella coscienza popolare. Allora veramente, secondo il profondo motto del filosofo e poeta, «die Weltgeschichte wird Weltgericht», la storia universale si fa giudizio universale; e si fa giudizio universale, proprio perché i popoli si sentono responsabili del proprio destino, verso se stessi e verso i propri figli.

 

È vero quello che ha detto l’onorevole Nitti: noi siamo responsabili del futuro verso i nostri figli, verso i nostri nipoti. Per questo facciamo una nuova Costituzione, cioè vogliamo fondare un ordinamento costituzionale nuovo, tenendo conto di quello che è accaduto, cioè tirando le somme di un processo storico e politico che si è concluso con una catastrofe nazionale.

Questa catastrofe, signori, è stata in pari tempo il fallimento di una classe dirigente, e questa è dunque la vera questione, che sta davanti a noi e che ci deve orientare in tutto il dibattito costituzionale. Il popolo italiano infatti oggi non può [fare] a meno di chiedersi se questa sconfitta che abbiamo subìto, questo disastro nel quale ci hanno gettato, era qualche cosa di inevitabile, legata a uno di quei cataclismi che travolgono popoli e regimi, come furono nel passato le invasioni barbariche, e li travolgono alle volte nonostante tutti gli sforzi che essi possano fare per salvarsi. La risposta non è dubbia. Questa sconfitta non era inevitabile. Non ci troviamo di fronte a uno di quei cataclismi. Ci troviamo di fronte a una catastrofe che non possiamo non considerare legata a una politica determinata e conseguenza di essa, e questa politica fu voluta da una classe dirigente, la quale non seppe né vedere, né prevedere, perché anche quando assisté alla distruzione di beni, e materiali e morali, cui è legata tutta la vita della nazione, oppure quando era in grado di prevedere che verso questa distruzione si precipitava in modo fatale, lasciò fare e fu complice, perché sopra gli interessi di tutti fece prevalere l’interesse proprio egoistico, di casta, di conservazione di determinate strutture politiche, economiche, sociali. La vecchia classe dirigente italiana, nel, momento che compiva questo errore fatale, si rivelava come classe non più nazionale, perché nazionale è soltanto quella classe che quando difende le proprie posizioni e afferma se stessa, difende e afferma gli interessi di tutti gli uomini e, vorrei dire, di tutta l’umanità. È da questo fatto storicamente incontrovertibile che noi dobbiamo, trarre, oggi, tutte le conseguenze che ne derivano.