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Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto. Di Alexander Höbel

Luigi Longo Resistenza

Foto di gruppo per i garibaldini italiani volontari in Spagna. Tra loro comandanti militari e commissari politici. I due al centro sono (a sinistra con il giaccone bianco) Luigi Longo “Gallo”, poi comandante partigiano in Italia e segretario del Pci, e il dirigente comunista Ilio Barontini.

 

È facile prevedere che, nel 70° anniversario della Liberazione, non molti sottolineeranno il ruolo dei comunisti e ricorderanno il contributo di una personalità come Luigi Longo, che pure ebbe una funzione determinante nella Resistenza italiana. In quei 20 mesi di lotta, infatti, Longo si trovò contemporaneamente al vertice della Direzione Nord del Pci, delle Brigate Garibaldi – in questi due ruoli affiancato da Pietro Secchia – e del Corpo volontari della libertà, accanto a Ferruccio Parri e al generale Cadorna; una posizione strategica, che facilitò l’interscambio continuo che vi fu fra queste tre realtà: il Partito, le Brigate partigiane che esso promuoveva concependole aperte anche a non comunisti, e il Cvl – e il suo Comando generale – come organismo unitario di coordinamento della lotta partigiana. A Longo peraltro si deve quello che può essere considerato il “documento fondativo” della Resistenza italiana, quel Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi che, redatto nella notte del 30 agosto 1943 – prima ancora, quindi, che l’armistizio con gli Alleati fosse concluso, anche se la notizia in tal senso era stata confermata da Giaime Pintor – prevedeva la rottura dell’alleanza con la Germania, l’armistizio, la preparazione della difesa del Paese, la collaborazione a tal fine fra esercito, popolo e Fronte Nazionale, l’“armamento di unità popolari”; e infine la necessità di “liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato”, e di “portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica”. Il testo, che Amendola definirà “il primo atto compiuto dal PCI per l’inizio della Resistenza”, fu sottoposto agli altri partiti di sinistra del neonato “Fronte nazionale” antifascista, che lo accolgono “nella sostanza”; viene quindi istituita una “giunta militare tripartita”, composta da Longo stesso, dal socialista Sandro Pertini e da Riccardo Bauer per il Partito d’azione[1]. Sono i comunisti dunque a fare i primi passi, ma mirando fin da subito a trascinare all’azione le altre forze: è una prima applicazione pratica di quel ruolo di avanguardia del Partito, che in quegli anni non fu certo una mera formula, ma fu anzi qualcosa di molto concreto. Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, Longo, che è ancora a Roma, dà a Fabrizio Onofri, diretto in Abruzzo, istruzioni per collegare le prime bande che immagina stiano sorgendo e costruire un movimento di guerriglia anti-tedesca. Fin da ora Longo ha in mente un’organizzazione strutturata in “gruppi, distaccamenti, brigate”. Ricorderà poi Secchia: quando Onofri rientrò, “si sentì chiedere da Longo: ‘C’erano poi quelle bande? E ci saranno poi le brigate?’ L’altro lo guardò sbalordito”; ‘ma guarda questo qui: mi ha mandato per prendere collegamenti con delle bande che non sapeva neppure se esistessero!’. La guerra partigiana, insomma, era “fatta di molta concretezza, ma anche di fantasia. Longo fu sempre il primo a dimostrarlo”[2].

Lotta all’attendismo e alla passività, spirito di iniziativa e al tempo stesso costante tensione unitaria furono dunque le caratteristiche fondamentali dell’azione dei comunisti nella Resistenza: essere pronti a fare i primi passi nella lotta, ma sempre con l’obiettivo di trascinare nella lotta le masse e le altre forze politiche. Nello stesso senso andrà l’azione del Pci nei Comitati di liberazione nazionale, che si cercherà di trasformare in organismi rappresentativi di realtà di massa. E per la stessa impostazione il gruppo dirigente del Nord non avrà alcuna difficoltà a seguire la linea unitaria lanciata da Togliatti a Salerno, trovandosi di fatto già a praticarla nel fuoco della lotta partigiana. Nel giugno 1944, scrivendo sulla Nostra lotta, Longo riprende l’“appello per l’insurrezione” lanciato da Ercoli da Roma liberata. Ormai “è questione non più di mesi ma di settimane”; “l’insurrezione […] nasce da un movimento popolare che, in forme necessariamente varie, si sviluppa […] in tutte le regioni” per sfociare “nello sciopero generale insurrezionale”. “Gallo” (pseudonimo e nome di battaglia di Longo) insiste in particolare sulla necessaria “convergenza del movimento partigiano e del movimento di massa”. Quella della lotta armata, argomenta, è ormai una scelta che devono fare i contadini per difendere case e bestiame, gli operai per impedire la distruzione delle fabbriche, i giovani per sfuggire ai bandi. Quanto agli organismi di massa, devono “portare sopra un piano […] insurrezionale la [loro] attività”, in “strettissimo collegamento” coi CLN. Questi ultimi “devono essere il centro direttivo di tutto il movimento” e articolarsi “in Comitati di rione e di fabbrica”. Essi “saranno poi […] gli organi di potere popolare che in nome del Governo democratico dovranno assumere nelle città e regioni liberate la direzione della pubblica amministrazione”[3]. partigiani4

Il Pci intanto ha istituito “triumvirati insurrezionali” in ogni regione dell’Italia occupata e a novembre li riunisce in una conferenza, nella quale Longo tiene il rapporto politico e Secchia quello organizzativo. Per Gallo, l’insurrezione è “un’esigenza assoluta per la salvezza del patrimonio materiale, politico e morale” del Paese; essa peraltro non va ridotta a una mitica “ora x”, ma concepita come un processo da avviare subito, intensificando “la guerriglia di ogni giorno”, quella dei partigiani in montagna e quella di Gap e Sap nelle città, in stretto collegamento con l’iniziativa della classe operaia. “Con l’estensione della guerriglia – dice Longo nel suo rapporto – dobbiamo estendere l’organizzazione militare del territorio”, dividendolo “in zone coi rispettivi comandi militari, per modo che […] tutta l’attività partigiana risulti coordinata in un piano generale”. Come già aveva fatto in Spagna, anche ora Gallo insiste sulla necessità di unificare e centralizzare lo sforzo militare, evitando competizione, rivalità e conflitti tra le diverse formazioni. Il Corpo volontari della libertà – afferma – deve essere veramente unificato non solo nei suoi comandi, ma nelle sue unità […]. Deve essere eliminato ogni spirito di concorrenza fra formazione e formazione partigiana, ogni lavoro di disgregazione […]. Questa unificazione sostanziale […] del movimento partigiano è una necessità non solo per le condizioni attuali della lotta, ma anche per i compiti futuri che si porranno.

partigiani-640Longo dunque insiste sulla impostazione unitaria della lotta, e al tempo stesso sulla sua dimensione popolare e di massa, per cui il movimento partigiano doveva sempre più coordinarsi con l’azione di comitati d’agitazione nelle fabbriche, comitati di villaggio, gruppi di difesa della donna, gruppi giovanili: tutti organismi che andavano affiancati ai CLN locali e che dovevano costituirne il lievito, in vista di quella democrazia popolare e progressiva che i comunisti ponevano come obiettivo della lotta di liberazione e prima tappa di un inedito processo di transizione al socialismo[4].

Pochi giorni dopo la conferenza, il proclama del generale Alexander invita i partigiani a cessare le azioni “su vasta scala” in vista dell’inverno. Il nuovo “capolavoro” di Gallo è allora quello di “interpretare” le direttive alleate, che già stavano provocando disorientamento nelle file partigiane, convincendo in tal senso l’intero Comando generale del CVL, che fa propria la sua lettura : si dovevano interrompere le azioni “su vasta scala”, ma questo non significava mettere la sordina alla lotta ma solo cambiarne le modalità; occorreva anzi una sua “intensificazione e l’allargamento delle formazioni partigiane”, che potevano anche in parte spostarsi in pianura, ma sempre in modo organizzato e compatto, operando magari per piccoli gruppi e portando anche lì la guerriglia. È la linea della “pianurizzazione”, che con tanto successo fu praticata soprattutto nella pianura padana, sotto la guida di Arrigo Boldrini. E ancora una volta la linea proposta dai comunisti si afferma come linea condivisa e unitaria[5].

partigiani-a-bosco-marteseQuei mesi invernali sono anche come un’occasione per il movimento partigiano di legarsi maggiormente alla popolazione, riceverne assistenza e al tempo stesso proteggerla e aiutarla, allargando ulteriormente la dimensione di massa della lotta.

Nel febbraio del ’45, sulla scorta dell’avanzata delle truppe sovietiche, ormai a poche decine di chilometri da Berlino, e dell’avvicinarsi degli Anglo-americani alle regioni occupate, il movimento di liberazione rilancia l’offensiva in grande stile. Nella Direzione allargata del Pci per l’Italia occupata dell’11-12 marzo, Longo lo dice chiaramente: “La battaglia finale è cominciata”, e richiamandosi ancora a un discorso di Togliatti aggiunge: l’insurrezione “deve essere insurrezione non di un partito o di una classe, ma di tutto il popolo per la cacciata di tedeschi e fascisti e per la creazione di un’Italia nuova”. La lotta finale dovrà basarsi sulla “trasformazione delle formazioni partigiane in regolari unità militari, aventi un solo obiettivo, una sola disciplina, una sola bandiera: quelli del CLN”. Al tempo stesso, Gallo esorta a dare “la massima attenzione all’organizzazione di massa”, alla preparazione degli scioperi che dovranno fiancheggiare e sostenere l’insurrezione, e in generale alla mobilitazione della popolazione e dei CLN[6].e3eceedfa57a4c148856b077ca9abc14-1

Il 28 marzo a Milano gli operai di oltre cento stabilimenti entrano in sciopero per il pane e il salario e contro il terrore nazifascista: è quella che Longo definirà la “prova generale” dell’insurrezione. Il giorno seguente, il CLN Alta Italia nomina un Comitato esecutivo insurrezionale composto da Longo stesso, Pertini e Leo Valiani[7].

L’8 aprile la Direzione Nord del Pci emana la direttiva n. 15, che sottolinea l’importanza dell’astensione dal lavoro dei ferrovieri e di tutti i lavoratori dei trasporti ai fini della riuscita dell’insurrezione. Due giorni dopo, con la direttiva n. 16, Longo e la Direzione Nord trasmettono le ultime istruzioni pre-insurrezionali: bisogna scatenare l’assalto definitivo. […] le formazioni partigiane devono iniziare gli attacchi in forza a presidi nazifascisti, obbligarli alla resa o sterminarli […]; devono muovere con la più grande energia alla liberazione del territorio nazionale, liberando dai nazifascisti paesi, vallate e intere regioni, favorendo, nelle zone liberate, la costituzione immediata di organi popolari di amministrazione e di governo. Al tempo stesso va avviato lo “sciopero generale insurrezionale”, concepito come “progressione accelerata di movimenti popolari, di fermate, di manifestazioni e di scioperi”. Ancora una volta, infine, i comunisti agiranno in modo unitario, ma non si faranno fermare da eventuali ripensamenti di altre forze:

Queste direttive […] devono essere portate in tutti i nostri comandi militari e in tutte le organizzazioni di massa […]; devono essere fatte accettare e realizzate da tutti. Ma la carenza, l’opposizione degli altri non deve costituire, per nessun motivo, ragione valida per giustificare, da parte dei nostri compagni, ritardi, debolezze, incertezze nell’azione insurrezionale. Dove gli altri resistono, mancano o si oppongono, dobbiamo fare noi, anche solo con le nostre forze. […]

Può darsi che questa sia l’ultima direttiva che le nostre organizzazioni potranno ricevere dal centro del partito […] ma, per tutti, deve essere ben chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro partito, e i compagni che lo rappresentano […] devono accettare proposte […] tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.

Se i nostri amici, nei CLN e nei comandi militari, intendessero dar corso a simili diposizioni […] dobbiamo fare di tutto per dissuaderli […]. Ma se […] non riuscissimo […] dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze è possibile, agendo sempre, però, in nome del CLN […] e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività non ci proponiamo affatto scopi e obiettivi di parte[8].

I comunisti, insomma, tenderanno come sempre all’unità, ma devono essere pronti ad agire anche da soli, ovviamente con l’intento di trascinare le altre forze. Ancora una volta, è l’applicazione pratica del concetto di avanguardia e dell’idea del Partito comunista come forza di avanguardia. Aver inteso e praticato correttamente questa impostazione consentì al Pci di essere la forza trainante di tutto il movimento di liberazione, riuscendo al tempo stesso a far sì che esso fosse ampio, unitario e vittorioso. Una lezione politica e teorica che vale ancora oggi.

[1] Organizzare la difesa nazionale, 30 agosto 1943, in L. Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 33-34; A. Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013, pp. 304-305.

[2] Ivi, p. 306.

[3] Avanti, per la battaglia insurrezionale!, in “La Nostra lotta”, n. 10, giugno 1944.

[4] Dopo un anno di lotte e di vittorie, schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei triumvirati insurrezionali del Pci, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 241-267.

[5] Le istruzioni del generale Alexander per la campagna invernale, direttive del Comando generale del CVL, 2 dicembre 1944, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 268-275; Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 345-346. Ricorderà Longo: il proclama “era chiaro […]. Ma, a una più cavillosa lettura, mi persuasi che gli si poteva dare una ‘interpretazione’ che, mentre formalmente l’approvava […] sostanzialmente ne capovolgeva in senso. Mi ci provai […] e buttai giù di botto la circolare del Comando generale […] con la quale mi recai alla riunione dove attendevano il generale Cadorna, l’ing. Solari che sostituiva Parri e la delegazione di Venezia. […] Non ebbi alcuna obiezione […]. Credo che l’audacia con cui avevo rovesciato il significato del proclama Alexander avesse lasciato di stucco […] i miei potenziali interlocutori” (Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 25-27).

[6] Per l’insurrezione nazionale, rapporto politico alla riunione allargata della Direzione del Pci per l’Italia occupata, 11-12 marzo 1945, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 308-340.

[7] Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 358-359.

[8] Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 344-350.

Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne. Alexander Höbel

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Pubblichiamo una versione ridotta, curata da Alexander Höbel, del saggio di Alfonso Pascale “Un libero contadino che coltiva la Repubblica. Togliatti e le campagne”. 

«Palmiro Togliatti era nato a Genova in una famiglia tipica della piccola borghesia piemontese. I genitori erano maestri elementari e lui era terzo di quattro fratelli. Nel retro della casa di Sondrio, dove si erano trasferiti quando lui era ancora bambino, c’era un orto, a cui la mamma Teresa accudiva per integrare il bilancio familiare. Lì Palmiro e i suoi fratelli avevano imparato ad allevare ogni sorta di animali e a coltivare fiori e ortaggi. Per due mesi dell’estate andavano a vivere a duemila metri in un fienile affittato per poche lire e si nutrivano del cibo dei pastori. Nei pochi giorni di riposo concessigli dal lavoro, il padre Antonio faceva da guida ai ragazzi in lunghissime gite. L’amore per la terra e la passione per le escursioni in montagna non lo abbandoneranno mai più. I nonni paterni vivevano a Coassolo Torinese ed erano proprietari di poco più di un ettaro di terreno, coltivato a prato e a pascolo e con qualche albero da frutta; qualche pecora e pochi animali da cortile completavano il loro magro patrimonio. Col suo puntiglio storico e filologico, il futuro capo del PCI andrà alla ricerca delle origini della sua famiglia e scoprirà che fin dal 1300 i suoi antenati erano “liberi contadini”. “Come vede – scrive a Carlo Trabucco – non mi mancano i titoli di nobiltà, e quella vera”. In questo scritto esaminerò le ricadute di queste peculiarità della cultura politica dei comunisti sulla vita democratica del paese e sull’evoluzione storica e mentale della società civile non già in termini generali ma guardandole da una particolare visuale: quella dell’apporto di Togliatti all’elaborazione di politiche per l’agricoltura e alla costruzione di iniziative di massa nelle campagne. Restringere il campo di osservazione a siffatto ambito non significa scegliere un modo più agevole per indagare una questione complessa, ma vuole essere un modo per mettere a fuoco uno snodo essenziale della modernizzazione del paese: il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una società prevalentemente industriale. E in tale trasformazione un Togliatti inedito e poco studiato sorprendentemente si rivela, come vedremo, protagonista di primo piano. Ma prima vediamo in cosa consistono le principali novità introdotte dal capo del PCI, come queste si siano venute delineando nella maturazione del suo pensiero politico, soprattutto nel periodo della sua permanenza a Mosca, e come si traducono nelle scelte di politica agraria e nella costruzione del rapporto con le masse rurali.»

Questo è un brano della sintesi redatta da Alexander Höbel che è possibile leggere integralmente scaricando il file in pdf da qui.

Togliatti_e_le_campagne_(ridotto)

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La versione integrale sarà pubblicata sul n. 3/2014 della rivista “L’Albatros” in via di pubblicazione. Ringraziamo l’autore per la sua cortesia e disponibilità.

*Alfonso Pascale (1955) si occupa di agricolture civili, campagne

Alfonso Pascale

Alfonso Pascale

urbane e di tutto quello che ruota intorno al cibo. Collabora con istituti per la ricerca socio-economica e la formazione. Ha pubblicato numerosi saggi, tra cui Partire dal territorio (RCE 2002), Il ’68 delle campagne (RCE 2004), Linee guida per progettare iniziative di agricoltura sociale (INEA, 2009) e Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall’Unità ad oggi (Cavinato, 2013). Nel 1977 è stato tra i fondatori della Confederazione Italiana Coltivatori, divenuta nel 1992 Confederazione Italiana Agricoltori, in cui ha svolto il ruolo di vice presidente nazionale (1992-2002). Nel 2005 ha fondato la Rete Fattorie Sociali di cui è stato presidente fino al 2011. Ha un sito personale www.alfonsopascale.it

Lelio La Porta: Petroselli, il Pci e le amnesie della Rai

Luigi Petroselli
Sabato primo marzo 2014 alle ore 19,30 è andato in onda, come tutte le sere, il Telegiornale Regionale del Lazio sulla Terza Rete della Televisione di Stato. A cura di Betty Beltrami è stato proposto un servizio sulla presentazione, avvenuta a Roma la mattina, di un documentario di Andrea Rusic su Petroselli (nato il 1° marzo 1932).

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