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La democrazia dei partiti. Il Pci in Basilicata dal Fascismo alla Repubblica (1943-1946) Michele Fasanella. Calice Editori 2016

Prefazione

di Piero Di Siena

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Michele Fasanella, La democrazia dei partiti. Il Pci in Basilicata dal Fascismo alla Repubblica (1943-1946), Calice Editori, Rionero in Vulture 2016.

Questo lavoro di Michele Fasanella sulla rinascita del Pci in Basilicata tra il 1943 e il 1946, nel periodo cioè che intercorre tra la caduta del fascismo in seguito al voto del Gran Consiglio del 25 luglio del ’43 e il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente nel 1946, costituisce un contributo di prima grandezza alla revisione di un paradigma storiografico attraverso cui a lungo si è costruita l’interpretazione della storia dell’Italia repubblicana. Infatti, soprattutto nei primi due decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, la genesi dei partiti democratici che hanno costituito i pilastri della democrazia repubblicana dalle origini sino alla loro crisi agli inizi degli anni Novanta era stata individuata in maniera a volte esclusiva nella Resistenza e nella lotta armata delle formazioni partigiane dell’Italia centro-settentrionale.

Ora, naturalmente, non si tratta di mettere in discussione il ruolo centrale avuto dalla Resistenza e dall’esperienza unitaria del Cln in Alta Italia nella formazione dei partiti dell’Italia postfascista. E soprattutto di quanto esse abbiano pesato nella creazione, nel vivo di una lotta feroce e sanguinosa, di quella condivisa matrice antifascista che sta alla base del “comune sentire” che rese possibile nel biennio successivo l’elaborazione e l’approvazione della Carta costituzionale. Si tratta, invece, di approdare a una più attenta ricostruzione del carattere articolato e differenziato, direi ineguale, del processo di costruzione dei partiti democratici, e del carattere contraddittorio che esso spesso assunse tra le diverse parti del Paese. Del resto, è facile comprendere come queste differenze sul piano territoriale fossero inevitabili, se si pensa come, nel triennio in questione, il Paese fosse diviso in due dall’occupazione nazista da una parte, che dimostrò una capacità di resistenza maggiore di quanto si fosse sperato, e dall’altra dall’avanzare, meno rapido del previsto, delle truppe alleate che dopo lo sbarco in Sicilia avevano liberato l’Italia meridionale.

Se guardiamo poi in particolare, all’interno del panorama dei nuovi partiti democratici, alla genesi di quelli che tra essi diventeranno partiti di massa (il Pci e la Dc, e per certi aspetti anche il Psi), si vedrà che alla formazione dei loro tratti costitutivi contribuì non poco il processo di costruzione che si avviò nel triennio in questione in Italia meridionale, quando al Nord per ragioni obiettive, legate al fatto che la guerra era ancora in corso, nella fisionomia dei nuovi partiti democratici più che il radicamento diffuso nella società prevalgono quei tratti che scaturiscono dal primato dell’“opzione militare” imposta dalla situazione in cui si trovarono ad operare.

Del resto, già nel corso degli anni Settanta, per primo a sottolineare questo complesso di questioni fu Giorgio Amendola, insieme uno dei principali protagonisti politici di quegli anni e poi tra i più acuti interpreti sul piano storiografico dei nodi problematici che stanno alla base della costruzione della democrazia repubblicana. Amendola innanzitutto porta alla luce i contrasti e le differenze di prospettiva politica tra i gruppi dirigenti del Pci che sono al Sud e quelli del Nord e le polemiche di cui furono protagonisti, proprio in ragione delle differenze di priorità politiche dettate dalla diversa situazione (la partecipazione al governo Badoglio al Sud e la direzione della lotta armata al Nord)[1]. Ma in quegli anni egli interviene anche sul tema cruciale di quella che chiamò la “continuità dello Stato” tra fascismo e postfascismo, che si realizza attraverso il permanere del ruolo degli apparati (prefetti, polizia e amministrazione).[2] Degli anni Settanta è anche un lavoro di Nino Calice[3], per tanti aspetti pionieristico, che colloca, come fa Fasanella per il Pci, la genesi dei partiti democratici in Basilicata appunto nel triennio ’43-45. Calice ricostruisce il quadro complessivo del nuovo sistema dei partiti in Basilicata e dei loro rapporti, sottolineandone alcuni tratti di originalità e avendo il merito per primo di portare alla luce il ruolo del nittismo nella costruzione della trama di quelle relazioni politiche che saranno poi prevalentemente ereditate dallo sviluppo della Democrazia cristiana guidata da Emilio Colombo.

Fasanella ricostruisce la storia della rifondazione su basi di massa del Pci in Basilicata attraverso un esame accurato della pubblicistica esistente e delle fonti di stampa dell’epoca, a cominciare dai due organi di stampa del partito: “Azione proletaria” per la Federazione di Potenza e dal 1946 “La Provincia di Matera” per la Federazione della seconda provincia lucana. Ma a questo egli aggiunge una consultazione sistematica, che non ha precedenti, degli archivi del partito sistemati presso la Fondazione Gramsci e degli archivi provinciali di Potenza e Matera e di quello centrale dello Stato. Ne scaturisce una narrazione inedita del processo di riorganizzazione del partito, scandita attraverso la successione delle notizie biografiche dei membri del suo gruppo dirigente contenute nelle schede informative del ministero dell’Interno. Ne viene confermato quanto ho avuto modo di scrivere in altra sede, e cioè che nel Mezzogiorno, e in generale nell’Italia repubblicana, “non ci sarebbero stati partiti di massa senza che questi fossero solidi e sperimentati ‘partiti di quadri’”[4]. Concorrono, infatti in Basilicata, alla ricostruzione del Partito comunista un numero sparuto, ma autorevole, di quadri provenienti dal Partito comunista d’Italia prefascista, i quali avevano più o meno svolto attività clandestina durante il fascismo, come Michele Mancino nel Potentino, Michele Bianco a Matera, e il nucleo dei comunisti della città di Potenza raccolti intorno ai fratelli Padovani e a Donato Leone. Ma vi è anche un certo numero di confinati in centri grandi e piccoli della Basilicata, che scelgono di rimanere, come Pietro Fabretti e Vicenta Soler, sua moglie, che un ruolo di rilievo ebbe nell’organizzazione delle donne comuniste e nella nascita dell’Udi, senza contare l’influenza indiretta che personalità di grande rilievo dell’antifascismo italiano, da Camilla Ravera a Guido Miglioli, a Eugenio Colorni, a Manlio Rossi Doria e Carlo Levi[5], ebbero nei comuni lucani in cui erano al confino nella formazione dei quadri antifascisti locali che contribuirono a costruire la trama delle organizzazione antifasciste e tra esse del Partito comunista. In alcuni casi decisivo fu invece il contributo di quadri giovani spesso tornati dalla guerra, come Antonino Pace di Atella, che eletto segretario della Federazione di Potenza riuscì sia pur provvisoriamente a superare i contrasti tra Michele Mancino e il gruppo dirigente della città di Potenza, che paradossalmente si ripropongono alla caduta del fascismo esattamente negli stessi termini con i quali avevano visto la luce negli anni immediatamente precedenti all’avvento del regime. Continuo è poi il rapporto con il gruppo dirigente nazionale. Rilevante è la presenza di Terracini e Gullo nelle discussioni che coinvolgono localmente i quadri di partito. E del resto è lo stesso Togliatti che presiede il primo Congresso della Federazione di Potenza. Ma questo rapporto tra livello nazionale e locale è garantito soprattutto dall’invio da parte del centro del partito di ispettori che si preoccupano di dare continuità e una forma matura all’azione dei gruppi di dirigenti. Di particolare rilievo, da questo punto di vista, fu la permanenza in Basilicata di Attilio Esposto (poi tra i più importanti dirigenti a livello nazionale della politica agraria del Pci), partigiano nelle montagne dell’Abruzzo, a testimonianza anche del tentativo del gruppo dirigente nazionale di operare una saldatura tra l’esperienza della lotta armata contro il fascismo e l’occupazione tedesca e la costruzione di una politica di massa nelle zone liberate.

Le pagine di Fasanella confermano, altresì, che l’affermazione del Pci quale partito di massa in Basilicata avviene attraverso l’assunzione della “questione contadina” quale tema centrale della sua azione politica[6]. Ma se, da questo punto di vista, il salto di qualità e il consolidamento del consenso di massa nelle campagne avvengono nel corso della lotta al latifondo e con il Movimento di Rinascita tra il 1949 e il 1950, non c’è dubbio che i semi sono tutti gettati nel triennio 1943-46. Da questo punto di vista decisiva fu l’azione di Michele Mancino, che battè palmo a palmo l’intera provincia di Potenza[7], sia pur lasciando (come gli fu rimproverato) per mesi le postazioni della direzione provinciale in una situazione di disorganizzazione e di marasma che resero faticoso lo sviluppo ordinato del partito.

D’altra parte, sulla base dei dati – iscritti e voti -, che Fasanella ricostruisce in modo puntuale, appare evidente che il radicamento di massa del Pci si realizza prevalentemente in quelle zone contadine della fascia bradanica in cui, a partire da Irsina, Genzano e Palazzo San Gervasio, erano sorte le prime organizzazioni socialiste agli inizi del Novecento, estesesi poi nella zona del Vulture e, sempre a ridosso del letto del Bradano, nell’alto Materano, nella stessa città di Matera, fino a Montescaglioso e Bernalda a poca distanza dalle rive del mar Ionio. E ciò nonostante, soprattutto da parte di Michele Mancino, una cura particolare fosse dedicata al proselitismo nelle aree interne, dove il Pci tuttavia non raggiunge mai dal punto di vista organizzativo e del consenso elettorale significative dimensioni di massa, ad eccezione di vere e proprie “isole” come Senise, Roccanova, Brienza e a Viggianello, in ragione dell’influenza di una personalità come quella di De Filpo. Solo all’indomani della grande modernizzazione degli anni Sessanta e dopo l’”onda lunga” del ’68 il Pci riuscì effettivamente a penetrare nelle aree interne della regione, prevalentemente attraverso le nuove generazioni del ceto medio, figlie della scuola di massa e dell’influenza sia pure spesso indiretta degli anni della contestazione.

In conclusione, l’accurata ricerca d’archivio che sorregge questo lavoro di Fasanella sui primi anni del Pci in Basilicata nel secondo dopoguerra ci offre uno spaccato analitico e delle indicazioni di metodo su un tema che è ritornato a essere cruciale nella storia della Repubblica: quello relativo ai processi entro i quali prendono vita quei “corpi intermedi” tra istituzioni e società civile che sono essenziali a alimentare il circolo virtuoso tra rappresentanza, governo e partecipazione.

Oggi, quando proprio la crisi dei “corpi intermedi” costituisce il tallone d’Achille della democrazia nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, può tornare di qualche utilità ricostruire come fa Fasanella, a partire da un laboratorio limitato ma emblematico quale può essere una realtà come quella della Basilicata, i tratti di un processo complesso e per molti aspetti contraddittorio, che avviene in modo ineguale e con un andamento molecolare, attraverso una permanente tensione tra radicamento nelle realtà locali e un indirizzo e una direzione di senso di carattere generale.

A ben vedere potrebbe essere una lezione valida anche per i compiti e le sfide dell’oggi.

 

[1] Vedi G. Amendola, Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma 1973.

[2]; Id., La “continuità” dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo, in Quaderni di “Critica marxista”, 1974, e poi in Fascismo e movimento operaio, Editori Riuniti, Roma 1975.

[3] Partiti e Ricostruzione nel Mezzogiorno. La Basilicata nel dopoguerra, Prefazione di Gerardo Chiaromonte, De Donato Editore, Bari 1976.

[4] Vedi Prefazione a A. R. Ziccardi, La politica come impegno collettivo, Giuseppe Barile Editore, Irsina 2016.

[5] Sui confinati in Basilicata vedi L. Sacco, Provincia di confino. La Lucania nel ventennio fascista, Schena Editore, Matera 1995; M. Strazza, Melfi terra di confino, Tarsia Editore, Melfi 2006.

[6] Vedi fra tutti S. Lardino, Il “sogno di una cosa”. Il movimento per la terra in Basilicata tra storia e storiografia, Mario Congedo Editore, Galatina 2012.

[7] Vedi il mio Michele Mancino, come nasce il “partito nuovo”, in P. Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno, Calice Editori, Rionero in Vulture 2013.

La politica come impegno collettivo. Angelo Raffaele Ziccardi. Barile Editore, Irsina 2016

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Prefazione

di Piero Di Siena

a Angelo Raffaele Ziccardi, La politica come impegno collettivo, Barile Editore, Irsina 2016.

 

E’ un bene che, finalmente, Angelo Ziccardi abbia deciso di mettere nero su bianco il racconto della sua lunga esperienza di militante del Partito comunista italiano, di dirigente sindacale e politico, di uomo delle istituzioni democratiche in Basilicata e a livello nazionale. Per la sobrietà con cui in queste pagine ricostruisce le tappe che hanno segnato la sua esperienza politica, senza indulgere a quell’”autobiografismo” cui quasi inevitabilmente la memorialistica spesso è costretta a cedere, egli ci offre non solo una testimonianza di vita ma lo spaccato di una grande esperienza collettiva realizzatasi all’indomani del secondo dopoguerra nelle pieghe più profonde della società italiana. Si tratta della costruzione di quella democrazia organizzata, innervata dalla consapevole costruzione di corpi intermedi (non solo partiti, ma sindacati, associazioni, forme embrionali di democrazia economica quali la cooperazione e la mutualità diffusa) che ha caratterizzato la vita della prima fase della Repubblica sino al fallimento del “compromesso storico” e all’assassinio di Aldo Moro.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra e alla caduta del fascismo, per un giovane destinato ad affrontare gli studi universitari dedicarsi alla politica come professione non era una scelta facile. Significava innanzitutto rinunciare a una sicura promozione sociale e a un ruolo professionale di sicuro rilievo. All’opposto, l’attività politica a tempo pieno – specie nelle organizzazioni della sinistra e del movimento operaio – significava in molti casi affrontare una vita di ristrettezze economiche, spesso senza nemmeno la sicurezza della retribuzione, fatta di giornate di lavoro senza fine e in certe occasioni esposte al pericolo derivante da uno scontro politico e sociale a tratti molto aspro.

Per fare una simile scelta erano necessari dunque una grande passione e punti di riferimento particolarmente saldi. Questi ultimi a Ziccardi non mancavano. Il suo paese natale, Irsina, era stato sin dagli inizi del secolo scorso una di quelle rare “isole rosse” in cui nel Mezzogiorno le idee del socialismo e l’aspirazione delle masse contadine a trovare la via del proprio riscatto avevano sviluppato radici profonde che nemmeno il fascismo era riuscito a estirpare. Con questo retroterra alle spalle, il giovane studente viene come travolto dal grande sommovimento che investe le campagne, in particolare nel Mezzogiorno, all’indomani del fascismo. La provincia di Matera è uno degli epicentri di tale fenomeno. Lo stesso capoluogo (la città in cui Ziccardi frequenta il liceo) è con il suo popolo dei Sassi, al pari dei grandi centri urbani della vicina Puglia, eminentemente una città contadina. Il Metapontino è uno dei luoghi in cui il latifondo e la grande proprietà assenteista sono particolarmente radicati. E la rivolta a questo stato delle cose attraverso il movimento di occupazione delle terre è particolarmente estesa. E’ come se un tappo fosse saltato. E le forze politiche che si apprestano a dare vita al nuovo Stato democratico sentono altresì l’urgenza di dare sbocchi, sia pure tra loro alternativi, alle istanze di cambiamento in atto.

La ricostruzione che Ziccardi fa della sua esperienza politica ci offre retrospettivamente un angolo di osservazione privilegiato sulla direzione che a quelle lotte impressero le grandi forze democratiche del Paese. Innanzitutto, essa ci fa vedere della cura estrema che i nuovi partiti, e in particolare il Pci, dedicano alla formazione di una fitta rete di quadri intermedi. Il lavoro da questo punto di vista è molteplice. Innanzitutto gli esponenti di primo piano del gruppo dirigente nazionale sono in prima linea nell’organizzazione delle lotte. Ziccardi ricorda il ruolo di Giorgio Amendola nel Movimento di Rinascita e nelle lotte per la terra, contemporaneamente responsabile nazionale per il Mezzogiorno del Pci e segretario regionale di Campania, Basilicata e Molise. In secondo luogo, vi è una cura particolare acché i gruppi dirigenti intermedi del partito e delle organizzazioni di massa fossero messi in condizione di avere esperienze che superassero l’orizzonte ristretto delle proprie province di provenienza dove avevano fatto le loro prime esperienze. Ziccardi, prima di ritornare a dirigere il suo partito nella sua provincia di origine negli anni Sessanta, nell’ambito dell’organizzazione del movimento contadino è inviato in Val Padana e a Napoli, dove partecipa attivamente alla fondazione dell’Alleanza dei Contadini. Da tanti punti di vista poi la Basilicata è uno degli osservatori privilegiati di questa circolazione di quadri – da Pietro Valenza da Napoli a Potenza e Antonio Ventura dal Salento a Matera, a Bruno Sclavo e Mario Bortolotti giunti da nord, per arrivare fino a Umberto Ranieri e Claudio Velardi – che caratterizza i processi di formazione dei gruppi dirigenti del Pci. In terzo luogo vi è il ruolo della formazione. Ziccardi parla della sua esperienza a Frattocchie, la scuola quadri del Pci aperta a metà degli anni Cinquanta, dove un giovane attivista di formazione intellettuale ma temprato essenzialmente nel corso delle lotte contadine della sua terra ha modo di intessere rapporti con giovani a contatto con le correnti fondamentali della cultura nazionale.

La ricostruzione che Ziccardi ci offre ci fa comprendere che non ci sarebbero stati nell’Italia repubblicana i partiti di massa senza che questi fossero anche solidi e sperimentati “partiti di quadri”. E non è un caso che a realizzare appieno la costruzione di importanti e originali partiti di massa negli anni della democrazia repubblicana, chiamata appunto da un importante storico di formazione cattolica quale era Pietro Scoppola la “Repubblica dei partiti”, furono da un lato la Democrazia cristiana che poté giovarsi della lunga esperienza di formazione quadri svolta dall’Azione cattolica negli anni del fascismo, e dall’altro il Partito comunista erede dell’esperienza leninista ( in cui centrale era la formazione a tutti i livelli di quello che veniva definito il “rivoluzionario di professione”) e di una lunga consuetudine di attenzione ai processi di formazione dei gruppi dirigenti negli anni della clandestinità e dell’emigrazione.

Un altro aspetto dell’esperienza politica di Ziccardi che induce a riflessioni di carattere generale è la sua ricerca continua di un terreno d’intesa con le altre forze politiche democratiche, ivi compresa la Democrazia cristiana, anche quando le condizioni politiche sul piano nazionale, ma pure lo scontro in atto sul terreno locale, rendevano molto difficile la costruzione di un dialogo e di un confronto. Appare del tutto evidente che la ricerca quasi ossessiva di alleanze politiche – divenuta più forte attorno ai grandi cambiamenti che si producono alla fine degli anni Sessanta e con l’istituzione nel 1970 dell’Ente Regione – non avviene mai a scapito dell’autonomia e della rappresentazione nel confronto politico e sociale delle ragioni dei lavoratori. E tuttavia bisogna indagare sull’assillo che sta alla base di questa ricerca, spesso oggetto di critica “da sinistra” nello stesso dibattito interno al Partito comunista di quegli anni.

Esso nasce, a mio parere, dalla consapevolezza acuta della gran parte del gruppo dirigente del Pci meridionale formatisi negli anni del secondo dopoguerra che le lotte sociali che con particolare impeto attraversavano soprattutto le campagne dovevano essere sottratte al pericolo del “sovversivismo” per essere collocate invece su un terreno democratico. Che questo pericolo fosse sempre in agguato era testimoniato da tutta la storia unitaria costellata, a partire dal brigantaggio, da scoppi collettivi di rabbia e di violenza nelle campagne meridionali senza alcuno sbocco. Che le lotte del secondo dopoguerra potessero avere un esito eversivo ce lo dice da un lato la violenta reazione degli agrari, sostenuti dall’azione del ministro dell’Interno Mario Scelba responsabile di veri e propri eccidi da Melissa a Montescaglioso, come anche episodi di feroce violenza da parte di azioni di lotta del movimento contadino, quali l’assassinio ad Andria delle sorelle Porro da parte di una moltitudine inferocita, su cui si sofferma un recente libro che Luciana Castellina ha scritto insieme a Milena Agus.

Vi è una singolare simmetria tra l’azione di mediazione che il giovane Ziccardi, del tutto ignaro di questioni sindacali, si trova a svolgere a Pisticci per evitare che la lotta dei braccianti potesse precipitare in uno scontro senza ritorno e quella che Emilio Colombo racconta, per quello che lo riguarda, di aver svolto a Melissa dopo l’eccidio in un bellissimo libro intervista con Arrigo Levi, pubblicato a meno di un anno dalla sua morte. E del resto a Ziccardi non sfugge che in quegli anni difficilissimi nella Dc si venivano a contrapporre due linee sulla questione dello sbocco da dare alla lotta al latifondo: da un lato quella di Segni e di Colombo tesa incanalare l’aspirazione alla terra in un progetto di riforma sia pure rigorosamente guidato dall’alto come fu poi, pur nei suoi limiti, la legge “stralcio” (appunto uno stralcio di una riforma generale che non arrivò mai) e dall’altra la repressione indiscriminata perseguita da Scelba.

Ziccardi appartiene a quella generazione di quadri comunisti per i quali il tema delle alleanze, o anche solo del confronto, tra forze politiche democratiche è la condizione per realizzare quell’ascesa delle classi popolari che è nella sostanza il programma sancito dalla Costituzione.

Quella del rafforzamento della trama della democrazia organizzata, del resto, è la bussola che guida anche la fase relativamente più recente dell’azione politica di Ziccardi. Conclusa l’esperienza parlamentare nel 1983 – nella quale decisivo fu il suo contributo al varo dell’unica legge che ha cercato di affrontare in maniera sistematica il problema della disoccupazione giovanile – egli si dedica nell’ambito della Lega delle Autonomie alla valorizzazione del ruolo dei piccoli comuni. E’ stata forse l’unica esperienza politica vissuta apertamente controcorrente da parte di Ziccardi, che da riformista comunista ha sempre pensato che avesse poco senso mettersi di traverso al corso delle cose e che era meglio deviarne gradualmente il percorso. In anni – siamo tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta – nei quali per effetto della rivoluzione neoconservatrice il principio della rappresentanza era soppiantato da quello della governabilità e cominciava a essere sottoposto a revisione il sistema stesso delle autonomie locali come uno dei fondamenti della Repubblica, Ziccardi cerca invece di operare per il potenziamento del ruolo e della funzione degli enti locali.

Comunque, dopo aver concluso la lettura di queste memorie non è possibile sfuggire a un interrogativo che coinvolge l’intera produzione, storica e memorialistica, sugli anni della cosiddetta prima Repubblica e delle forze politiche – dal Pci al Psi e alla Dc – che ne furono il nerbo. Ha cioè un senso, in un momento come questo in cui è evidente che non solo si è chiusa quella storia ma sono falliti anche tutti i tentativi dell’ultimo ventennio di superarla in modo fecondo, riproporla all’attenzione? Questo quesito vale soprattutto per la sinistra che da questa vicenda ne esce sostanzialmente annientata e che, se vuole risorgere, deve farlo su basi totalmente nuove.

E’ un interrogativo cruciale che chiama in causa l’esperienza politica della generazione di Ziccardi e di quelle che l’hanno seguita sino a quella che è stata protagonista dell’ultima fase della vita del Pci e del suo superamento. E, tuttavia, queste pagine a ben vedere alludono a una possibile risposta. Esse mi fanno ritornare alla mente un’immagine usata da Tom Benettollo (uno dei più interessanti quadri dell’ultima generazione dei gruppi dirigenti del Pci, protagonista della svolta di Occhetto, presidente dell’Arci e tra i promotori del movimento pacifista a cavallo tra i due secoli, morto prematuramente nel 2004) in un libro intervista con Aldo Garzia pubblicato postumo. Diceva Tom di sé e della sua generazione (ma questo vale ancor più per quelle precedenti) di essere come un “lampadiere”. “In questa notte oscura – affermava Benettollo -, qualcuno di noi, nel suo piccolo è come quei ‘lampadieri’ che camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata alla spalla, con il lume in cima. Così il ‘lampadiere’ vede poco davanti a sé ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo, non per narcisismo ma per sentirsi dalla parte buona della vita”.

Non c’è dubbio: le pagine che seguono sono quelle di un “lampadiere”, che possono illuminare per le generazioni che verranno una rinnovata e autonoma ricerca di quel mondo di liberi e uguali a cui persone come Ziccardi hanno dedicato la loro esistenza.

Novant’anni dopo Livorno. Il PCI nella storia d’Italia. Alexander Höbel, Marco Albeltaro. Editori Riuniti 2015

copertina 90 PCI (1)A poco più di novant’anni dal Congresso di Livorno, che diede inizio alla storia del Partito comunista italiano, e a oltre venti dal suo scioglimento, questo libro si propone di esaminare alcuni momenti essenziali di quella importante esperienza storica. Dagli anni del fascismo e della clandestinità, allorché il Pcd’I rimase di fatto l’unica forza organizzata in Italia, al ruolo di primo piano svolto nella Resistenza; dalla nascita del «partito nuovo» di Togliatti allo sviluppo degli anni Sessanta, dai successi e dalle contraddizioni degli anni di Berlinguer alla crisi successiva, il Pci è stato per 70 anni un protagonista della storia politica e civile italiana. Sciolto nel 1991, la sua memoria è stata rimossa e spesso deformata, ed è oggi quasi assente dal senso comune della «seconda Repubblica». Il presente volume, frutto di due convegni promossi nel 2011 dall’Associazione Marx XXI, cui si sono aggiunti i contributi di altri autorevoli studiosi – da Aldo Agosti a Renzo Martinelli, da Claudio Natoli ad Albertina Vittoria – intende fornire un contributo alla conoscenza e alla ricostruzione critica di quella esperienza, troppo frettolosamente accantonata, e che invece offre ancora molti spunti preziosi a chi si batte per la trasformazione dell’esistente e in particolare alle nuove generazioni.

Alexander Höbel (Napoli, 1970) è dottore di ricerca in storia e si occupa in particolare di storia del movimento operaio e comunista. Ha pubblicato vari saggi sulla storia del Pci, ha curato il volume Il Pci e il 1956, La Città del Sole 2006, ed è autore dei libri Il Pci di Luigi Longo (1964-1969), Edizioni scientifiche italiane 2010, e Luigi Longo, una vita partigiana (1900- 1945), Carocci 2013. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci e con la Fondazione Luigi Longo. Coordina il Comitato scientifico dell’associazione Marx XXI.

Marco Albeltaro (Biella, 1982) è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino. Oltre a numerosi saggi in riviste italiane e straniere, ha pubblicato: L’assalto al cielo. Le ragioni del comunismo, oggi (a cura di, La Città del Sole 2010); La parentesi antifascista. Giornali e giornalisti a Torino (1945-1948) (Seb27 2011), Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte(Laterza 2014). È redattore di Historia Magistra. Rivista di storia critica. Nel 2012 gli è stato conferito il Premio Nicola Gallerano.

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