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La sinistra e il programma. Il tempo è scaduto

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Articolo di Paolo Ciofi

Il lettino dello psichiatra, suggerito da Eugenio Scalfari, non basta per portare allo scoperto le ferite inferte da Matteo Renzi alla sinistra e alla democrazia. Con l’uomo di Rignano il Pd ha compiuto la sua parabola ed è diventato il partito di un uomo solo al comando: un altro partito padronale schierato sfacciatamente sul fronte del capitale, che usando l’etichetta del socialismo tenta di coprire con la demagogia una politica di destra. Dannosa soprattutto per tutti coloro, uomini e donne, i quali per vivere devono lavorare, ma anche per l’intero Paese.

È una realtà che la comunicazione dominante edulcora o nasconde. D’altra parte, scissa dal sociale, la politica è stata pressoché privatizzata, con il risultato che il mondo del lavoro e i ceti subalterni si sono ritrovati senza un partito che li rappresentasse e li organizzasse. Rigettati nel recinto della prepolitica, oggi vivono in uno stato di sofferenza, di precarietà e di paura, che opportunamente eccitato finirà per favorire Berlusconi e le destre più estreme. Se non si prende atto di questo stato delle cose, a sinistra non si farà alcun reale passo avanti.

Dopo la clamorosa sconfitta nel referendum costituzionale subita dal segretario del Pd, dovrebbe essere chiaro che serve una svolta radicale di prospettiva e di contenuti, facendo piazza pulita del tatticismo elettoralistico. Per costruire la sinistra che non c’è sono necessarie almeno due condizioni. In primo luogo, un progetto di nuova società, che alimenti la speranza di un effettivo cambiamento. E al riguardo noi abbiamo con la Costituzione una bussola preziosa che illumina il cammino, se si bandisce ogni forma di sottovalutazione diffusa anche a sinistra. In secondo luogo, un programma concreto che su tale base affronti le questioni più urgenti e drammatiche del nostro tempo, muovendo dalla condizione di disagio e di sfruttamento in cui milioni di persone, donne e uomini, giovani e anziani, sono costretti a vivere.

Proprio sul programma credo sia necessario concentrarsi in questo momento, spostando l’attenzione dall’inutile e stucchevole chiacchiericcio sui leader o presunti tali, sui personalismi, tatticismi e politicismi, che sono il contrario della politica intesa come impegno e lotta di massa per cambiare la società. Prima i contenuti, poi gli schieramenti: questa dovrebbe essere la regola per dare vita a una lista unitaria come primo passo per la costruzione di una sinistra nuova. (altro…)

LA FORZA CREATIVA DELLA COSTITUZIONE

costituzione

Paolo Ciofi, pubblicato su Critica Marxista n. 4/5 – 2017

Il programma economico della Costituzione:
un confronto con Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro.
I problemi che nascono dallo svuotamento dello Stato nazionale
e dalla possibilità reale di incidere dei lavoratori nella vita pubblica.
Dall’impianto costituzionale emerge una visione culturale e politica che va al di là delle ricette di Keynes.

Cosa vuol dire, nelle condizioni del mondo di oggi, lottare per l’applicazione della Costituzione del 1948, che fonda sul lavoro la nostra Repubblica democratica? Il tema, ignorato per anni e colpevolmente messo in sonno dai partiti subito dopo il clamoroso risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che ha respinto la controriforma renziana orientata a deformare l’assetto costituzionale secondo gli interessi del capitale finanziario e di un’oligarchia di comando, è stato con efficacia riproposto all’attenzione del dibattito pubblico dall’Assemblea per la democrazia e l’uguaglianza, organizzata da Anna Falcone e Tomaso Montanari al teatro Brancaccio di Roma il 18 giugno scorso. In questo nuovo contesto indubbiamente suscita interesse il saggio di Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro dal titolo La Costituzione come programma economico, pubblicato sul numero 4/2017 di Micromega in un almanacco di economia che esplicitamente propone di «tornare a Keynes». Una visione che, sebbene gli autori non lo dichiarino in modo esplicito, sul terreno politico inevitabilmente ci riconduce al compromesso socialdemocratico, e dunque alla pratica politica del riformismo. Anche perché, come essi stessi sottolineano, l’economia è una disciplina in cui «l’elemento politico ha un peso importante e perfino determi- nante». Andiamo a vedere. (Continua a leggere…) 

LA SCOMPARSA DI VALENTINO PARLATO

Il cordoglio e l’omaggio di Futura Umanità Associazione per la storia e la memoria del PCI

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Politico, giornalista, comunista. È certamente “anomala”, cioè straordinaria, la storia di Valentino Parlato che ci ha lasciato ieri il 2 maggio, a 86 anni. Comunista per tutta la vita. E mai pentito. Tra i fondatori del Manifesto, di cui fu quattro volte direttore (fino al 2010, quando lasciò il testimone a Norma Rangeri, tuttora in carica), Valentino Parlato ha iniziato la sua militanza in Libia, a Tripoli, dove era nato (7 febbraio 1931). E proprio perché comunista, nel 1951 dalla Libia viene espulso e in seguito si trasferisce a Roma.

Redattore dell’Unità e di Rinascita, funzionario di partito ad Agrigento, membro del Comitato Centrale, stretto collaboratore di Giorgio Amendola; nel giugno 1969, con Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Luigi Pintor, fonda Il Manifesto.

Fortemente e apertamente critico nei confronti del Pci, colpevole ai suoi occhi di non condannare l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, nel novembre dello stesso anno viene radiato dal partito.

Per gli anni che seguiranno, quasi mezzo secolo, lui continuerà a combattere, comunista eretico e fedele. Per sempre. Il suo ultimo impegno è stato nella battaglia referendaria per la difesa della Costituzione, aderendo fin da subito, fin dalla prima uscita pubblica nel gennaio del 2016, al Comitato per il No.

“La rivoluzione non russa”, è il titolo del suo libro uscito nel 2012 sui grandi quaranta anni di vita del Manifesto; ma nell’ultima recentissima intervista si dichiara «sgomento davanti a questa sinistra che non riconosce più se stessa nemmeno allo specchio». E tuttavia nell’ultimo editoriale, scritto sul Manifesto pochi giorni prima della scomparsa, scrive: «Non possiamo non tener conto di quel che nel mondo sta cambiando; dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà».

 

L’Associazione Futura Umanità porge il suo cordoglio e il suo commosso omaggio.

 

La cultura della Costituzione per ripensare la sinistra

costituzioneArticolo di Paolo Ciofi Scritto per Malacoda, webzine, il 9 aprile 2017


La sinistra e il senso dell’alternativa. La Costituzione come progetto di cambiamento e la lotta per la sua applicazione. Una grande campagna di acculturazione costituzionale nei luoghi di studio e di lavoro

  1. Sinistre, sinistra e il senso dell’alternativa.

La sconfitta del capo del governo e segretario del Pd nel referendum istituzionale, che ha respinto – dopo quello messo in atto da Silvio Berlusconi – il secondo tentativo di conformare la Costituzione sugli interessi di una minoranza dominante organica al capitale finanziario, è stata clamorosa per effetto di una forte e inattesa (dagli esperti) partecipazione democratica seppure diversamente motivata. E ha aperto una stagione piuttosto convulsa di congressi, di fondazioni e separazioni, nonché di intenzioni spesso divergenti, nello schieramento del sistema politico denominato di sinistra. Cerchiamo allora, prima di tutto, di fare il punto su una situazione che al momento appare piuttosto confusa e tutt’altro che consolidata.

In estrema sintesi, il quadro si presenta ai nostri occhi con i tratti che seguono. È nata Sinistra italiana, fuoriuscita dal travaglio doloroso di Sel, il partito di Nichi Vendola, il cui scopo consiste «nel costruire una sinistra di tutte e di tutti, radicale, credibile, autonoma, popolare». Ma che, nel momento stesso in cui è venuta alla luce, ha perso una parte non irrilevante di se medesima, confluita nelle file di coloro i quali, a loro volta, fuoriusciti dal Pd di Matteo Renzi, hanno dato luogo a un’altra formazione politica. Con travagli più o meno dolorosi come quelli di Massimo D’Alema e poi di Pier Luigi Bersani.

Sebbene lo statista di Rignano sull’Arno confermi di voler procedere senza tentennamenti sulla linea del referendum costituzionale, bocciata secondo lui non perché era sbagliata ma perché il Pd non è riuscito «a far capire quanto fosse importante per l’Italia la riforma», l’obiettivo strategico del raggruppamento Articolo uno-Movimento democratici e progressisti sembra essere oggi quello di «un centro sinistra largo», come ha sostenuto Bersani. Cioè di un’alleanza di governo con il partito di Renzi, dal quale lo stesso Bersani alla fine è fuggito.

Una strategia alquanto contraddittoria, che in conclusione si risolve, a quanto sembra, in una tattica governista di non grande respiro, sebbene al momento non sia chiaro il destino del Pd e tutto lo schieramento politico sia in fibrillazione in vista delle elezioni politiche. Comunque, in attesa anche di ciò che deciderà di fare con il suo campo progressista l’avvocato Giuliano Pisapia, il quale a sua volta è in attesa di sapere se Renzi continuerà ad allearsi con il pluricondannato Denis Verdini o se invece si rivolgerà a specchiate persone della sinistra di governo, nel Mdp è emersa una divergenza non da poco sulla valutazione del Movimento 5 Stelle, e quindi sulla opportunità di aprire un dialogo o di alzare le saracinesche nei suoi confronti.

In questo quadro assai mosso, nel quale gli schieramenti prevalgono sui contenuti e sono visibili tendenze diverse se non addirittura opposte, Paolo Ferrero ha rilanciato al recente congresso di Rifondazione comunista, nella sua ultima relazione da segretario, un appello per dare vita a «un soggetto unitario della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa al Pd». Dopo che, nel giugno 2016, si è costituito un altro piccolo partito della sinistra, denominato PCI, dalla trasformazione del PCdI e da militanti della stessa Rifondazione. Sostiene Ferrero che c’è bisogno di «un soggetto unitario e plurale», il quale, «senza chiedere scioglimenti a chicchessia, si presenti alle elezioni con un simbolo costante nel tempo e sia in grado di sviluppare iniziativa su tutti i nodi politici e sociali».

Una proposta non nuova, di fatto lasciata cadere dai principali attori del dramma che ormai in chiave farsesca sembra ripetersi a sinistra, e ripresa solo da Pippo Civati. Una indicazione, peraltro, che può essere utile, come è accaduto in alcune città, per presentare liste unitarie nei territori dove si sono compiute esperienze comuni, ma che appare insufficiente per costruire un’alternativa politico-culturale ed economico-sociale al dominio totalitario del capitale. Il quale – non dimentichiamolo – nella fase della globalizzazione finanziaria, vale a dire nella massima espressione del suo trionfo, tende a distruggere l’equilibrio naturale del pianeta per effetto delle sue interne contraddizioni, e a sottomettere e svalorizzare gli esseri umani, comprati e venduti al mercato come ogni altra merce, o lasciati deperire nell’esclusione e nell’abbandono perché non funzionali alla realizzazione del profitto. Questo è il brillante risultato ottenuto dalla illimitata libertà del capitale, vale a dire dalla sua dittatura: gli esseri umani al servizio dell’economia, non l’economia al servizio degli esseri umani. In Europa e nel mondo, e così anche in Italia.

In tale condizione, dobbiamo constatare che nell’insieme gli orientamenti oggi prevalenti nel variegato mondo denominato di sinistra tendono, come nel passato, a porre in primo piano la questione elettorale, e quindi del governo. Sottostimando il tema cruciale posto dal persistere drammatico della crisi, che reclama una alternativa al sistema dominante, di conseguenza la costruzione di una sinistra in grado di misurarsi con le contraddizioni nuove della modernità capitalistica, e dunque con le concrete condizioni materiali e ideali in cui vive la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Come se il governo fosse il fine ultimo, l’obiettivo prioritario in sé indipendente dai contenuti, e non strumento per cambiare la società, che una sinistra non imbozzolata nella gestione (più o meno astuta) dell’esistente dovrebbe assumere.

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