Alexander Höbel – Berlinguer, il partito, la politica internazionale

Relazione alla conferenza “Enrico Berlinguer. Oltre la crisi della politica e dell’economia”(Università di Cagliari, 30 maggio 2013)

1. Berlinguer, l’Urss, il “socialismo in Occidente”

Enrico Berlinguer viene eletto segretario generale del Pci nel marzo 1972, al termine del XIII Congresso. Per tre anni ha svolto la funzione di vice-segretario accanto a un leader storico del Partito come Luigi Longo, che nell’autunno del 1968 era stato colpito da un ictus che ne aveva limitato non tanto le capacità di direzione quanto la possibilità di sottoporsi a tutti gli sforzi e gli stress che la carica di segretario generale comportava.
Poco prima, dinanzi all’intervento del Patto di Varsavia nella Cecoslovacchia del Nuovo corso di Dubcek, condannato pubblicamente e con nettezza dal Pci, Berlinguer era stato tra i più duri, e nel dibattito interno aveva posto il problema di una possibile rottura col Partito comunista dell’Urss e della necessità di preparare il Partito a tale eventualità. Longo aveva espresso una posizione altrettanto severa sull’intervento militare, ma aveva esortato a “stare attenti a non lasciarci spingere fuori dal campo dove vogliamo restare”, il campo legato ai paesi socialisti ma più in generale allo schieramento antimperialista mondiale; e la maggioranza della Direzione aveva concordato col Segretario sulla necessità di non spingere la differenziazione fino alla rottura. Aprendo una riunione di segretari regionali e federali Berlinguer aveva ribadito che le posizioni del Pci ora criticate dai sovietici “sono per noi qualcosa di irrinunciabile […] parte essenziale del nostro patrimonio politico”; bisognava “approfondire le nostre posizioni e al tempo stesso evitare le rotture”, il che poi costituiva “una messa alla prova” della togliattiana unità nella diversità. Il punto era dunque quello di rivendicare con ancora maggior forza rispetto al passato “un sistema […] di rapporti democratici tra tutti i partiti comunisti”, come esigenza stessa della sua crescita e del suo sviluppo su scala mondiale, il che implicava una articolazione di posizioni e anche di opzioni strategiche su cui non si poteva mettere alcun “tappo”. L’internazionalismo implicava la diversità delle posizioni e il policentrismo auspicato da Togliatti diventava una necessità ineludibile [1-1•5bel 2010, pp. 538-541].

Non a caso, dunque, nonostante la diversità di accenti che pure vi era stata, Longo scelse Berlinguer come capo-delegazione dell’incontro coi sovietici che si tenne a Mosca nel novembre 1968, nel quale i comunisti italiani respinsero l’idea della “sovranità limitata”; e non a caso sarà ancora Berlinguer a intervenire per il Pci alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, che si terrà nella capitale sovietica nel giugno ’69, nella quale la delegazione italiana firmerà solo una parte del documento conclusivo.
Le vicende di quel biennio avevano dunque segnato un punto di svolta nel rapporto con l’Unione Sovietica, e un punto di non ritorno nelle posizioni dei comunisti italiani sulla transizione al socialismo e sulla gestione dei problemi che emergono nel corso di tale processo. Il problema ormai non era tanto quello di differenziarsi dal modello sovietico, quanto quello di riprendere il percorso avviato nel 1944 e rilanciato nel 1956, di rinnovare il discorso — gramsciano e togliattiano — sul socialismo in Occidente ponendolo ancora più nettamente su basi diverse (e potenzialmente più avanzate) rispetto al “socialismo reale”, mirando a un modello di democrazia socialista, a un’economia mista di transizione, a una diversa collocazione dell’Italia e dell’Europa nel quadro internazionale in vista del superamento dei blocchi: una concezione dunque fortemente critica rispetto alle regole del mondo bipolare, che implicava un superamento — o almeno un’attenuazione — di quegli equilibri ferrei. Ed è questa una delle sfide principali con cui si misurerà Berlinguer da segretario del Pci, trovandosi a fare i conti tutto il peso di quei condizionamenti.
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