A 70 ANNI DALLA LIBERAZIONE

Aldo dice 26 x 1

Testo del telegramma diffuso dal Clnai indicante il giorno [26] e l’ora [1 di notte] in cui dare inizio all’insurrezione 

A tutti i comandi zona.

Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945.

300x1691428676744864resistenza1Dalla sera del 24 aprile all’alba del 25 aprile nell’Italia settentrionale viene diramato un dispaccio che in comincia con la formula: Aldo dice 26×1. E’ il segnale che dà l’avvio all’insurrezione in tutte le grandi città del nord, invitando tutti i partigiani a sferrare l’attacco finale ai nazifascisti. La formula dice «26», come data massima entro cui insorgere e «1» a indicare l’ora d’avvio. Aldo dice 26×1 significa quindi passare all’azione.

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25 Aprile 2015

Respingere l’aggressione alla Costituzione nata dalla Resistenza

La Costituzione Repubblicana, frutto dalla lotta di Liberazione contro il nazifascismo, è il punto culminante della storia del nostro Paese, patto di civile convivenza fra uomini liberi, nata dall’incontro delle tante culture che alimentarono la Resistenza, intesa ad impedire e prevenire qualsiasi tentazione e pratica autoritaria. La Costituzione ha insediato nelle istituzioni la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza. Oggi, un Parlamento eletto con una legge incostituzionale che non ha garantito il diritto degli elettori al voto libero ed eguale pretende di cambiare, a tappe forzate e a colpi di maggioranza, la Costituzione e la legge elettorale, sfigurando il volto della Repubblica. Le modifiche costituzionali combinate con la nuova legge elettorale e con le riforme della Pubblica Amministrazione comportano uno stravolgimento dei contenuti della democrazia rappresentativa. Esse introducono un modello inedito di “premierato assoluto”, che realizza un’inusitata concentrazione di potere nelle mani del Governo e del suo capo, attribuendo di fatto ad un unico partito – che potrebbe anche essere espressione di una ristretta minoranza di elettori – potere esecutivo e potere legislativo, condizionando, altresì, la nomina del Presidente della Repubblica e dei componenti della Corte Costituzionale, organismi di garanzia fondamentali per la vita della democrazia costituzionale. Va ricordato, poi, che i partiti hanno assunto essi stessi una deriva oligarchica, sono in mano a ristrette élites e, spesso, ad un unico capo politico. La centralità del Parlamento, posta dai padri Costituenti a presidio delle libertà dei cittadini, viene drasticamente ridimensionata ed il Parlamento ricondotto alla funzione di ratifica dei provvedimenti del Governo, a data certa, nel quadro di un generale soffocamento e compressione del ruolo delle autonomie regionali e locali. Si vuole cambiare vèrso al circuito della fiducia, non più dal Parlamento al Governo ma dal capo del Governo al Parlamento. In questo modo si realizza il passaggio da una democrazia rappresentativa ad una democrazia dell’investitura; da Repubblica parlamentare a Repubblica – di fatto – presidenziale, senza le garanzie che normalmente sono assicurate nei sistemi presidenziali. Una democrazia non si giudica dai poteri che attribuisce al partito di governo, ma dalla tutela del pluralismo e dalla rilevanza data ai diritti sociali ed a quelli delle minoranze. Si pensi ad un’ estemporanea vittoria elettorale di partiti autoritari. Abbiamo già vissuto anni difficili sotto il berlusconismo, caratterizzati da esecutivi con forti pulsioni anticostituzionali, per questo è veramente irresponsabile attribuire al prossimo governo poteri quasi illimitati.

Salvaguardare la democrazia oggi, è garantire la propria libera voce domani. Diciamo no alle legge oltraggio che, calpestando la volontà del corpo elettorale, instaura un regime politico fondato sul governo del partito unico!!!

Diciamo no allo scempio della Costituzione attuato attraverso una riforma che sottrae poteri ai cittadini e mortifica il Parlamento!!!

Mobilitiamoci per far sentire la nostra voce in tutte le sedi e fermare questo progetto politico che vuole riportare indietro le lancette della storia, azzerando il lascito della Resistenza.

www.coordinamentodemocraziacostituzionale.net

resistenza

Tutto e tutti mobilitati  per l’insurrezione, per la vittoria!

La Direzione del Pci per l’Italia occupata ai Triumvirati insurrezionali e ai Comitati federali, 24 aprile 1945 *

Cari compagni,

la battaglia insurrezionale precipita verso la sua soluzione vittoriosa. Quello che ieri pareva ancora lontano, da un momento all’altro può diventare un fatto compiuto. Berlino occupata dalle truppe sovietiche, l’Esercito rosso congiuntosi con gli angloamericani, Bologna liberata e il Po raggiunto su largo fronte, possono determinare prima ancora che gli eserciti si avvicinino ai grandi centri del nord, un crollo generale del nemico, per disgregazione, per collasso interno dei nazifascisti. Dobbiamo tendere tutte le nostre forze per provocare, per accelerare questo crollo, per portare l’insurrezione nazionale alla sua trionfale affermazione. Dobbiamo perciò realizzare con forza tutte le direttive già date per la disgregazione delle file del nemico, per obbligarlo a cedere le armi, a capitolare. Si diffonda il più largamente possibile l’intimazione: “O arrendersi o perire!”. Si faccia di tutto per ottenere delle rese di presidi, di unità, di caporioni nazifascisti. Si prelevino nelle case e nelle strade gerarchi e ufficiali nazifascisti e si imponga loro di capitolare, di fare delle dichiarazioni di resa, pena la fucilazione immediata. Si dia la più larga diffusione ad ogni episodio, ad ogni dichiarazione del genere. Ma tutto questo non basta più. Bisogna portare tutta questa azione su un piano superiore di lotta di massa. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle aziende, non si deve più lavorare. Dappertutto si deve solo più parlare della resa che si deve imporre ai nazifascisti per accelerare la fine della guerra, per salvare dai bombardamenti e dalle distruzioni i nostri impianti e le nostre città. Comizi, scioperi, manifestazioni di strada, dimostrazioni davanti a podesterie e prefetture, sedi nazifasciste, devono essere organizzati in tutti i modi per imporre la resa al CLN, al Corpo volontari della libertà, cioè alla patria, che ha garantito salva la vita a chi si arrende. Ordini del giorno, risoluzioni in questo senso, devono essere votati e presentati ai responsabili delle aziende, alle cosiddette autorità fasciste e tedesche, per l’esecuzione. Devono essere mobilitate soprattutto le masse operaie e popolari, le massaie e le donne, il popolo in generale. Queste manifestazioni devono impadronirsi delle strade e delle piazze e non più abbandonarle sino alla completa vittoria. Appena possibile, si deve cominciare a fare vedere i bracciali e le bandiere tricolori del CLN. Bisogna seguire con la più grande attenzione e ora per ora la situazione, gli spostamenti di forze, per poter portare il movimento insurrezionale sempre più avanti. La lotta per l’occupazione delle strade e delle piazze ci deve dare la sensazione esatta del progredire e del maturare della situazione, ci deve far sentire quando sarà possibile passare dalla fase dimostrativa alla fase armata, risolutiva, con occupazione e presidio di sedi e di rioni. Un accurato servizio di informazioni ci deve permettere di sapere di ora in ora quel che si pensa nel campo nemico, quel che si progetta e si trama. Va da sé che d’ora innanzi dovremo mantenere un contatto permanente con tutti i movimenti del CLN al fine di concordare l’azione comune e di evitare anche sabotaggi e manovre antinsurrezionali dell’ultima ora. Bisogna che le manifestazioni di massa e le azioni armate determinino e accelerino il più possibile il collasso finale e la resa nazifascista. Non possiamo attendere la resa per scatenare l’insurrezione. Non possiamo fare un secondo 25 luglio. Per questo dobbiamo essere molto vigilanti sullo sviluppo di ogni situazione, avere tutte le fila in mano, per poter intervenire passo a passo, con azioni di massa e di forza, nello sviluppo della situazione stessa. Ripetiamo le direttive generali: mobilitare tutte le forze partigiane, tutte le forze popolari per liberare il più gran numero di villaggi, di paesi, di vallate, di province o di regioni; proclamare solennemente, con manifesti ed ordini de giorno, le liberazioni avvenute, invitare la popolazione a darsi immediatamente dei propri organi popolari, di amministrazione e di governo. In questo momento, già intere vallate e regioni possono essere liberate. Noi speriamo che le nostre organizzazioni e i responsabili militari non si siano lasciati superare dagli avvenimenti. Una cura particolare deve essere portata per la liberazione e l’occupazione delle zone industrialmente più importanti o per gli impianti elettrici che in esse vi sono o per le industrie che vi fioriscono. La liquidazione dei residui presìdi fascisti e nazisti non deve più essere cosa impossibile, se l’azione di forza si accompagna con un’intelligente azione di agitazione e dimostrazioni di masse popolari. Non c’è più da temere che i nazifascisti tentino dei rastrellamenti nelle zone liberate. La Valdossola, la Valsesia, il Biellese, il Canavese, le Valli di Lanzo, come le valli piemontesi occidentali, le Langhe ed il Monferrato, l’Olprepò pavese e la sesta zona ligure, le vallate appenniniche, possono essere liberate già da oggi dalle sole forze partigiane. Questo deve essere fatto senza esitazione. La realizzazione anche solo di alcuni di questi obiettivi può favorire la realizzazione degli altri e più difficili. Non si può fissare allo sviluppo insurrezionale un corso determinato e unico. Situazione per situazione i nostri compagni, responsabili di Partito, di organizzazioni di massa o militari, devono studiare e decidere con la più grande freddezza, col più scrupoloso esame di tutti gli elementi della situazione, ma anche con la più grande audacia, il da farsi, e realizzare con la più grande energia ogni decisione presa. Ripetiamo: l’insurrezione precipita verso la sua conclusione vittoriosa. Il nazifascismo può crollare per disgregazione e per collasso interno. Noi dobbiamo provocare questo crollo con l’agitazione di massa e con l’azione armata. L’insurrezione nazionale di tutto il popolo deve essere la causa determinante di questo crollo e non il seguito, non la coda. Nella misura in cui i compagni e le organizzazioni riusciranno a questo, si vedrà la loro capacità politica, la loro decisione e la loro audacia insurrezionale.

Tutto e tutti mobilitati per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, per l’insurrezione, per la vittoria!

* In “La Nostra lotta”, aprile 1945, n. 7, col titolo Documenti dell’insurrezione, poi in L. Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 354-356, col titolo Ultime istruzioni ai compagni.

Luigi Longo e il Pci nella Resistenza: un ruolo di avanguardia effettivo e concreto

di Alexander Höbel

È facile prevedere che, nel 70° anniversario della Liberazione, non molti sottolineeranno il ruolo dei comunisti e ricorderanno il contributo di una personalità come Luigi Longo, che pure ebbe una funzione determinante nella Resistenza italiana. In quei 20 mesi di lotta, infatti, Longo si trovò contemporaneamente al vertice della Direzione Nord del Pci, delle Brigate Garibaldi – in questi due ruoli affiancato da Pietro Secchia – e del Corpo volontari della libertà, accanto a Ferruccio Parri e al generale Cadorna; una posizione strategica, che facilitò l’interscambio continuo che vi fu fra queste tre realtà: il Partito, le Brigate partigiane che esso promuoveva concependole aperte anche a non comunisti, e il Cvl – e il suo Comando generale – come organismo unitario di coordinamento della lotta partigiana. A Longo peraltro si deve quello che può essere considerato il “documento fondativo” della Resistenza italiana, quel Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi che, redatto nella notte del 30 agosto 1943 – prima ancora, quindi, che l’armistizio con gli Alleati fosse concluso, anche se la notizia in tal senso era stata confermata da Giaime Pintor – prevedeva la rottura dell’alleanza con la Germania, l’armistizio, la preparazione della difesa del Paese, la collaborazione a tal fine fra esercito, popolo e Fronte Nazionale, l’“armamento di unità popolari”; e infine la necessità di “liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato”, e di “portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica”. Il testo, che Amendola definirà “il primo atto compiuto dal PCI per l’inizio della Resistenza”, fu sottoposto agli altri partiti di sinistra del neonato “Fronte nazionale” antifascista, che lo accolgono “nella sostanza”; viene quindi istituita una “giunta militare tripartita”, composta da Longo stesso, dal socialista Sandro Pertini e da Riccardo Bauer per il Partito d’azione[1]. Sono i comunisti dunque a fare i primi passi, ma mirando fin da subito a trascinare all’azione le altre forze: è una prima applicazione pratica di quel ruolo di avanguardia del Partito, che in quegli anni non fu certo una mera formula, ma fu anzi qualcosa di molto concreto. Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, Longo, che è ancora a Roma, dà a Fabrizio Onofri, diretto in Abruzzo, istruzioni per collegare le prime bande che immagina stiano sorgendo e costruire un movimento di guerriglia anti-tedesca. Fin da ora Longo ha in mente un’organizzazione strutturata in “gruppi, distaccamenti, brigate”. Ricorderà poi Secchia: quando Onofri rientrò, “si sentì chiedere da Longo: ‘C’erano poi quelle bande? E ci saranno poi le brigate?’ L’altro lo guardò sbalordito”; ‘ma guarda questo qui: mi ha mandato per prendere collegamenti con delle bande che non sapeva neppure se esistessero!’.

Foto di gruppo per i garibaldini italiani volontari in Spagna. Tra loro comandanti militari e commissari politici. I due al centro sono (a sinistra con il giaccone bianco) Luigi Longo “Gallo”, poi comandante partigiano in Italia e segretario del Pci, e il dirigente comunista Ilio Barontini.

Foto di gruppo per i garibaldini italiani volontari in Spagna. Tra loro comandanti militari e commissari politici. I due al centro sono (a sinistra con il giaccone bianco) Luigi Longo “Gallo”, poi comandante partigiano in Italia, segretario del Pci, e il dirigente comunista Ilio Barontini.

La guerra partigiana, insomma, era “fatta di molta concretezza, ma anche di fantasia. Longo fu sempre il primo a dimostrarlo”[2].

Lotta all’attendismo e alla passività, spirito di iniziativa e al tempo stesso costante tensione unitaria furono dunque le caratteristiche fondamentali dell’azione dei comunisti nella Resistenza: essere pronti a fare i primi passi nella lotta, ma sempre con l’obiettivo di trascinare nella lotta le masse e le altre forze politiche. Nello stesso senso andrà l’azione del Pci nei Comitati di liberazione nazionale, che si cercherà di trasformare in organismi rappresentativi di realtà di massa. E per la stessa impostazione il gruppo dirigente del Nord non avrà alcuna difficoltà a seguire la linea unitaria lanciata da Togliatti a Salerno, trovandosi di fatto già a praticarla nel fuoco della lotta partigiana. Nel giugno 1944, scrivendo sulla Nostra lotta, Longo riprende l’“appello per l’insurrezione” lanciato da Ercoli da Roma liberata. Ormai “è questione non più di mesi ma di settimane”; “l’insurrezione […] nasce da un movimento popolare che, in forme necessariamente varie, si sviluppa […] in tutte le regioni” per sfociare “nello sciopero generale insurrezionale”. “Gallo” (pseudonimo e nome di battaglia di Longo) insiste in particolare sulla necessaria “convergenza del movimento partigiano e del movimento di massa”. Quella della lotta armata, argomenta, è ormai una scelta che devono fare i contadini per difendere case e bestiame, gli operai per impedire la distruzione delle fabbriche, i giovani per sfuggire ai bandi. Quanto agli organismi di massa, devono “portare sopra un piano […] insurrezionale la [loro] attività”, in “strettissimo collegamento” coi CLN. Questi ultimi “devono essere il centro direttivo di tutto il movimento” e articolarsi “in Comitati di rione e di fabbrica”. Essi “saranno poi […] gli organi di potere popolare che in nome del Governo democratico dovranno assumere nelle città e regioni liberate la direzione della pubblica amministrazione”[3]. partigiani4

Il Pci intanto ha istituito “triumvirati insurrezionali” in ogni regione dell’Italia occupata e a novembre li riunisce in una conferenza, nella quale Longo tiene il rapporto politico e Secchia quello organizzativo. Per Gallo, l’insurrezione è “un’esigenza assoluta per la salvezza del patrimonio materiale, politico e morale” del Paese; essa peraltro non va ridotta a una mitica “ora x”, ma concepita come un processo da avviare subito, intensificando “la guerriglia di ogni giorno”, quella dei partigiani in montagna e quella di Gap e Sap nelle città, in stretto collegamento con l’iniziativa della classe operaia. “Con l’estensione della guerriglia – dice Longo nel suo rapporto – dobbiamo estendere l’organizzazione militare del territorio”, dividendolo “in zone coi rispettivi comandi militari, per modo che […] tutta l’attività partigiana risulti coordinata in un piano generale”. Come già aveva fatto in Spagna, anche ora Gallo insiste sulla necessità di unificare e centralizzare lo sforzo militare, evitando competizione, rivalità e conflitti tra le diverse formazioni. Il Corpo volontari della libertà – afferma – deve essere veramente unificato non solo nei suoi comandi, ma nelle sue unità […]. Deve essere eliminato ogni spirito di concorrenza fra formazione e formazione partigiana, ogni lavoro di disgregazione […]. Questa unificazione sostanziale […] del movimento partigiano è una necessità non solo per le condizioni attuali della lotta, ma anche per i compiti futuri che si porranno.

partigiani-640Longo dunque insiste sulla impostazione unitaria della lotta, e al tempo stesso sulla sua dimensione popolare e di massa, per cui il movimento partigiano doveva sempre più coordinarsi con l’azione di comitati d’agitazione nelle fabbriche, comitati di villaggio, gruppi di difesa della donna, gruppi giovanili: tutti organismi che andavano affiancati ai CLN locali e che dovevano costituirne il lievito, in vista di quella democrazia popolare e progressiva che i comunisti ponevano come obiettivo della lotta di liberazione e prima tappa di un inedito processo di transizione al socialismo[4].

Pochi giorni dopo la conferenza, il proclama del generale Alexander invita i partigiani a cessare le azioni “su vasta scala” in vista dell’inverno. Il nuovo “capolavoro” di Gallo è allora quello di “interpretare” le direttive alleate, che già stavano provocando disorientamento nelle file partigiane, convincendo in tal senso l’intero Comando generale del CVL, che fa propria la sua lettura : si dovevano interrompere le azioni “su vasta scala”, ma questo non significava mettere la sordina alla lotta ma solo cambiarne le modalità; occorreva anzi una sua “intensificazione e l’allargamento delle formazioni partigiane”, che potevano anche in parte spostarsi in pianura, ma sempre in modo organizzato e compatto, operando magari per piccoli gruppi e portando anche lì la guerriglia. È la linea della “pianurizzazione”, che con tanto successo fu praticata soprattutto nella pianura padana, sotto la guida di Arrigo Boldrini. E ancora una volta la linea proposta dai comunisti si afferma come linea condivisa e unitaria[5].

partigiani-a-bosco-marteseQuei mesi invernali sono anche come un’occasione per il movimento partigiano di legarsi maggiormente alla popolazione, riceverne assistenza e al tempo stesso proteggerla e aiutarla, allargando ulteriormente la dimensione di massa della lotta.

Nel febbraio del ’45, sulla scorta dell’avanzata delle truppe sovietiche, ormai a poche decine di chilometri da Berlino, e dell’avvicinarsi degli Anglo-americani alle regioni occupate, il movimento di liberazione rilancia l’offensiva in grande stile. Nella Direzione allargata del Pci per l’Italia occupata dell’11-12 marzo, Longo lo dice chiaramente: “La battaglia finale è cominciata”, e richiamandosi ancora a un discorso di Togliatti aggiunge: l’insurrezione “deve essere insurrezione non di un partito o di una classe, ma di tutto il popolo per la cacciata di tedeschi e fascisti e per la creazione di un’Italia nuova”. La lotta finale dovrà basarsi sulla “trasformazione delle formazioni partigiane in regolari unità militari, aventi un solo obiettivo, una sola disciplina, una sola bandiera: quelli del CLN”. Al tempo stesso, Gallo esorta a dare “la massima attenzione all’organizzazione di massa”, alla preparazione degli scioperi che dovranno fiancheggiare e sostenere l’insurrezione, e in generale alla mobilitazione della popolazione e dei CLN[6].e3eceedfa57a4c148856b077ca9abc14-1

Il 28 marzo a Milano gli operai di oltre cento stabilimenti entrano in sciopero per il pane e il salario e contro il terrore nazifascista: è quella che Longo definirà la “prova generale” dell’insurrezione. Il giorno seguente, il CLN Alta Italia nomina un Comitato esecutivo insurrezionale composto da Longo stesso, Pertini e Leo Valiani[7].

L’8 aprile la Direzione Nord del Pci emana la direttiva n. 15, che sottolinea l’importanza dell’astensione dal lavoro dei ferrovieri e di tutti i lavoratori dei trasporti ai fini della riuscita dell’insurrezione. Due giorni dopo, con la direttiva n. 16, Longo e la Direzione Nord trasmettono le ultime istruzioni pre-insurrezionali: bisogna scatenare l’assalto definitivo. […] le formazioni partigiane devono iniziare gli attacchi in forza a presidi nazifascisti, obbligarli alla resa o sterminarli […]; devono muovere con la più grande energia alla liberazione del territorio nazionale, liberando dai nazifascisti paesi, vallate e intere regioni, favorendo, nelle zone liberate, la costituzione immediata di organi popolari di amministrazione e di governo. Al tempo stesso va avviato lo “sciopero generale insurrezionale”, concepito come “progressione accelerata di movimenti popolari, di fermate, di manifestazioni e di scioperi”. Ancora una volta, infine, i comunisti agiranno in modo unitario, ma non si faranno fermare da eventuali ripensamenti di altre forze:

Queste direttive […] devono essere portate in tutti i nostri comandi militari e in tutte le organizzazioni di massa […]; devono essere fatte accettare e realizzate da tutti. Ma la carenza, l’opposizione degli altri non deve costituire, per nessun motivo, ragione valida per giustificare, da parte dei nostri compagni, ritardi, debolezze, incertezze nell’azione insurrezionale. Dove gli altri resistono, mancano o si oppongono, dobbiamo fare noi, anche solo con le nostre forze. […]

Può darsi che questa sia l’ultima direttiva che le nostre organizzazioni potranno ricevere dal centro del partito […] ma, per tutti, deve essere ben chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro partito, e i compagni che lo rappresentano […] devono accettare proposte […] tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.

Se i nostri amici, nei CLN e nei comandi militari, intendessero dar corso a simili diposizioni […] dobbiamo fare di tutto per dissuaderli […]. Ma se […] non riuscissimo […] dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze è possibile, agendo sempre, però, in nome del CLN […] e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività non ci proponiamo affatto scopi e obiettivi di parte[8].

I comunisti, insomma, tenderanno come sempre all’unità, ma devono essere pronti ad agire anche da soli, ovviamente con l’intento di trascinare le altre forze. Ancora una volta, è l’applicazione pratica del concetto di avanguardia e dell’idea del Partito comunista come forza di avanguardia. Aver inteso e praticato correttamente questa impostazione consentì al Pci di essere la forza trainante di tutto il movimento di liberazione, riuscendo al tempo stesso a far sì che esso fosse ampio, unitario e vittorioso. Una lezione politica e teorica che vale ancora oggi.

[1] Organizzare la difesa nazionale, 30 agosto 1943, in L. Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 33-34; A. Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Roma, Carocci, 2013, pp. 304-305.

[2] Ivi, p. 306.

[3] Avanti, per la battaglia insurrezionale!, in “La Nostra lotta”, n. 10, giugno 1944.

[4] Dopo un anno di lotte e di vittorie, schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei triumvirati insurrezionali del Pci, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 241-267.

[5] Le istruzioni del generale Alexander per la campagna invernale, direttive del Comando generale del CVL, 2 dicembre 1944, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 268-275; Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 345-346. Ricorderà Longo: il proclama “era chiaro […]. Ma, a una più cavillosa lettura, mi persuasi che gli si poteva dare una ‘interpretazione’ che, mentre formalmente l’approvava […] sostanzialmente ne capovolgeva in senso. Mi ci provai […] e buttai giù di botto la circolare del Comando generale […] con la quale mi recai alla riunione dove attendevano il generale Cadorna, l’ing. Solari che sostituiva Parri e la delegazione di Venezia. […] Non ebbi alcuna obiezione […]. Credo che l’audacia con cui avevo rovesciato il significato del proclama Alexander avesse lasciato di stucco […] i miei potenziali interlocutori” (Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 25-27).

[6] Per l’insurrezione nazionale, rapporto politico alla riunione allargata della Direzione del Pci per l’Italia occupata, 11-12 marzo 1945, in Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 308-340.

[7] Höbel, Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), cit., pp. 358-359.

[8] Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale, cit., pp. 344-350.