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“Gramsci conteso”: vent’anni dopo

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Egemonia e modernità. Il pensiero di Gramsci in Italia e nella cultura internazionale

Relazione di Guido Liguori al Convegno internazionale di studi Roma, 18-20 maggio 2017

Il contributo che dovrei cercare di dare in questa sede, nell’ambito di una sezione dedicata alla ricerca e al dibattito italiani sui temi del convegno, si intitola “Gramsci conteso”: vent’anni dopo. Non è un titolo che ovviamente possa essere svolto in modo esauriente. Tanto più nello spazio di una esposizione orale necessariamente sintetica.

Anche intendendo il titolo come relativo solo al concetto di egemonia, come credo vada fatto, nell’ambito di questo convegno che all’egemonia è dedicato, dico subito che ho inteso il compito che mi è stato affidato non come un invito a ripercorrere pedissequamente il dibattito italiano degli ultimi venti anni (per autori e correnti di pensiero di altri paesi, del resto, sono previste in questo nostro incontro sessioni e relazioni apposite), ma solo come tentativo di indicare alcune delle principali idee-guida che hanno nutrito la ricerca e le interpretazioni gramsciane sul tema, in Italia, negli ultimi due decenni. Per comprendere i caratteri di fondo della ricerca gramsciana in Italia nell’ultimo ventennio occorre in primo luogo partire dal dato della grande diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo, iniziata già nel decennio precedente, ma di cui si è avuta piena coscienza in questo paese soprattutto negli anni Novanta. Di contro, in Italia, il decennio in questione può essere definito un momento di passaggio, anche nel campo degli studi gramsciani come in altri settori della vita nazionale, culturale e non.

Finito il Partito comunista italiano, il partito di Gramsci, imperante l’ondata neoliberista, tanto forte da far credere ai suoi sostenitori di poter proclamare “la fine della storia”, anche il pensiero del comunista e marxista sardo ebbe a subire i contraccolpi di questa situazione, oscillando tra la diffusa proclamazione del suo definitivo tramonto e il tentativo, altrettanto diffuso, di assimilarlo al pensiero liberaldemocratico, che aveva ormai conquistato una nuova e più forte egemonia, a livello nazionale e internazionale. Forse anche come conseguenza, o se si vuole per reazione a questa situazione, prese vigore in Italia l’affermazione della necessità di tornare a uno studio serio degli scritti di Gramsci, a uno studio che si lasciasse anche in parte alle spalle l’enorme mole delle interpretazioni – certo in molti casi preziose e da studiare, ma influenzate da tanti motivi diversi e stratificati e non sempre ancora vitali – per determinare un ritorno ai testi, a una loro ulteriore messa a fuoco filologica (esigenza già avvertita negli anni ’80, ma rilanciata con decisione nel decennio successivo) e alla loro ermeneutica, meno condizionata che in passato dalla contingenza della contesa politica. Se si pone mente ai molteplici appuntamenti dell’anno gramsciano 1997, ad esempio, ai molteplici appuntamenti convegnistici che caratterizzarono quell’anno (Cagliari, Napoli, Lecce, Cosenza, Torino, solo per citarne alcuni, in ordine cronologico) si può dire che buona parte della “contesa su Gramsci” riguardasse in fondo la pertinenza o meno di quest’autore se non alla galassia liberaldemocratica, quanto meno a una collocazione molto vicino a essa. Faccio un esempio soltanto. Il convegno di Cagliari ebbe certo il merito di far conoscere meglio in Italia la scuola di studi incentrata sulla categoria gramsciana di «egemonia internazionale», fiorita in ambito soprattutto anglo-americano. Ma tale scuola non assumeva – mi chiedo –, al di là di ogni soggettiva volontà politica, una prospettiva di tipo democratico-liberale, nel momento in cui veniva assumendo positivamente la categoria di «società civile internazionale», incentrando su di essa il proprio discorso interpretativo?

In generale, ebbe a rilevare in quella sede un autore nordamericano, Benedetto Fontana, il porre al centro della scena teorica il concetto di «società civile» (come già Bobbio aveva fatto, in un contesto diverso, negli anni ’60), non significava solo leggere male Gramsci, ma anche dimostrarsi subalterni al rinnovato strapotere delle forze economiche e dei mercati da un lato, e alla «proliferazione di enti privati ed associazioni sempre più concentrati su singoli interessi»[1] dall’altro. Certo, lo scenario che andava delineandosi, a fronte della cosiddetta «globalizzazione» (direi meglio: «globalizzazione neoliberista») imponeva una rimessa a fuoco di alcune categorie gramsciane. Ad esempio a Lecce Pasquale Voza, ritenendo irreversibile la crisi dello Stato-nazione, sosteneva la necessità di andare, per alcuni aspetti, oltre Gramsci, di cui ricostruiva scrupolosamente le posizioni, per poi concludere: «Non c’è Stato senza egemonia»: aveva detto Gramsci nei Quaderni del carcere […] Ebbene, ora, dovremmo dire, c’è una egemonia capitalistica senza Stato, senza cioè l’attiva mediazione sociale e culturale dello Stato-nazione. Le casematte di questa egemonia capitalistica non sono riconducibili entro i confini tradizionali degli “apparati ideologici di Stato”, ma si articolano e si intrecciano in una trama di poteri e di saperi di ordine sovranazionale[2]. Non è questo il luogo per aprire il confronto sulla giustezza di questa tesi, a mio avviso solo parzialmente vera, ma comunque più che meritevole di attenzione e approfondimento.

Voglio solo indicare la dimensione dei problemi, le tensioni a cui anche la categoria di egemonia venne sottoposta, vent’anni orsono, dai grandi processi storici in atto. In generale, tornando al tema della fortuna internazionale di Gramsci, è in qualche misura inevitabile che quanto più un sistema di pensiero si diffonda in aree culturali lontane nel tempo e nello spazio da quelle in cui ebbe origine, tanto più aumentino i rischi di imprecisione o anche di infedeltà interpretative. Sul concetto di egemonia sono rimbalzate in Italia dall’estero anche molte voci che rispecchiavano una forte deformazione dello stesso. Come ha notato Joseph Buttigieg, negli studiosi e nei cenacoli intellettuali del mondo anglofono, anche i più prestigiosi, si trova «un Gramsci quasi irriconoscibile»[3]. Aggiungendo poi:

Sfogliando le 776 pagine di Cultural Sudies – una raccolta di saggi di autori vari, riuniti in un singolo volume pensato per essere adottato nei corsi universitari – ci si accorge ben presto che molti esponenti di questo filone di studi sono più disposti a decifrare degli elementi controegemonici che risiedono nella cultura popolare piuttosto che ad analizzare, come fece Gramsci, le ragioni per la durevolezza, l’elasticità dell’egemonia prevalente. Correnti controegemoniche si scoprono nei fenomeni più diversi e sorprendenti: negli spettacoli e nelle canzoni di Madonna, nella pornografia, persino nello “shopping” delle categorie sociali economicamente svantaggiate. Tale concetto di controegemonia non è mai stato elaborato da Gramsci nei suoi scritti, e perciò sarebbe più giusto considerarlo un concetto pseudogramsciano. L’attribuzione di questo concetto a Gramsci è basata sulla convinzione che egli fu il propugnatore della tesi che la cultura popolare è di per sé controegemonica. Più di una tesi, per i praticanti dei Cultural Studies, il quidditas contro-egemonico della cultura popolare è un articolo di fede ereditato da Gramsci[4]. Un altro esempio può essere considerato il canadese Richard J. F. Day, il cui libro (tradotto in italiano) aveva un titolo molto schietto e significativo: Gramsci è morto. Il lavoro di Day si scagliava proprio contro la politica come egemonia. Non era una tesi nuova, aveva anzi una lunga tradizione teorica alle spalle, in primo luogo anarco-spontaneista, tornata in auge in alcuni settori dei movimenti no global a cui l’autore faceva esplicito riferimento. Il tentativo di costruire una «contro-egemonia» (il termine è molto diffuso, come si vede, nel contesto anglofono) era per Day illusorio, poiché avrebbe significato accettare «l’egemonia dell’egemonia», ovvero una concezione della politica secondo cui un mutamento significativo può essere raggiunto solo simultaneamente, per lo più attraverso il controllo delle leve statuali e con una politica di alleanze. (altro…)

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La cultura della Costituzione per ripensare la sinistra

costituzioneArticolo di Paolo Ciofi Scritto per Malacoda, webzine, il 9 aprile 2017


La sinistra e il senso dell’alternativa. La Costituzione come progetto di cambiamento e la lotta per la sua applicazione. Una grande campagna di acculturazione costituzionale nei luoghi di studio e di lavoro

  1. Sinistre, sinistra e il senso dell’alternativa.

La sconfitta del capo del governo e segretario del Pd nel referendum istituzionale, che ha respinto – dopo quello messo in atto da Silvio Berlusconi – il secondo tentativo di conformare la Costituzione sugli interessi di una minoranza dominante organica al capitale finanziario, è stata clamorosa per effetto di una forte e inattesa (dagli esperti) partecipazione democratica seppure diversamente motivata. E ha aperto una stagione piuttosto convulsa di congressi, di fondazioni e separazioni, nonché di intenzioni spesso divergenti, nello schieramento del sistema politico denominato di sinistra. Cerchiamo allora, prima di tutto, di fare il punto su una situazione che al momento appare piuttosto confusa e tutt’altro che consolidata.

In estrema sintesi, il quadro si presenta ai nostri occhi con i tratti che seguono. È nata Sinistra italiana, fuoriuscita dal travaglio doloroso di Sel, il partito di Nichi Vendola, il cui scopo consiste «nel costruire una sinistra di tutte e di tutti, radicale, credibile, autonoma, popolare». Ma che, nel momento stesso in cui è venuta alla luce, ha perso una parte non irrilevante di se medesima, confluita nelle file di coloro i quali, a loro volta, fuoriusciti dal Pd di Matteo Renzi, hanno dato luogo a un’altra formazione politica. Con travagli più o meno dolorosi come quelli di Massimo D’Alema e poi di Pier Luigi Bersani.

Sebbene lo statista di Rignano sull’Arno confermi di voler procedere senza tentennamenti sulla linea del referendum costituzionale, bocciata secondo lui non perché era sbagliata ma perché il Pd non è riuscito «a far capire quanto fosse importante per l’Italia la riforma», l’obiettivo strategico del raggruppamento Articolo uno-Movimento democratici e progressisti sembra essere oggi quello di «un centro sinistra largo», come ha sostenuto Bersani. Cioè di un’alleanza di governo con il partito di Renzi, dal quale lo stesso Bersani alla fine è fuggito.

Una strategia alquanto contraddittoria, che in conclusione si risolve, a quanto sembra, in una tattica governista di non grande respiro, sebbene al momento non sia chiaro il destino del Pd e tutto lo schieramento politico sia in fibrillazione in vista delle elezioni politiche. Comunque, in attesa anche di ciò che deciderà di fare con il suo campo progressista l’avvocato Giuliano Pisapia, il quale a sua volta è in attesa di sapere se Renzi continuerà ad allearsi con il pluricondannato Denis Verdini o se invece si rivolgerà a specchiate persone della sinistra di governo, nel Mdp è emersa una divergenza non da poco sulla valutazione del Movimento 5 Stelle, e quindi sulla opportunità di aprire un dialogo o di alzare le saracinesche nei suoi confronti.

In questo quadro assai mosso, nel quale gli schieramenti prevalgono sui contenuti e sono visibili tendenze diverse se non addirittura opposte, Paolo Ferrero ha rilanciato al recente congresso di Rifondazione comunista, nella sua ultima relazione da segretario, un appello per dare vita a «un soggetto unitario della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa al Pd». Dopo che, nel giugno 2016, si è costituito un altro piccolo partito della sinistra, denominato PCI, dalla trasformazione del PCdI e da militanti della stessa Rifondazione. Sostiene Ferrero che c’è bisogno di «un soggetto unitario e plurale», il quale, «senza chiedere scioglimenti a chicchessia, si presenti alle elezioni con un simbolo costante nel tempo e sia in grado di sviluppare iniziativa su tutti i nodi politici e sociali».

Una proposta non nuova, di fatto lasciata cadere dai principali attori del dramma che ormai in chiave farsesca sembra ripetersi a sinistra, e ripresa solo da Pippo Civati. Una indicazione, peraltro, che può essere utile, come è accaduto in alcune città, per presentare liste unitarie nei territori dove si sono compiute esperienze comuni, ma che appare insufficiente per costruire un’alternativa politico-culturale ed economico-sociale al dominio totalitario del capitale. Il quale – non dimentichiamolo – nella fase della globalizzazione finanziaria, vale a dire nella massima espressione del suo trionfo, tende a distruggere l’equilibrio naturale del pianeta per effetto delle sue interne contraddizioni, e a sottomettere e svalorizzare gli esseri umani, comprati e venduti al mercato come ogni altra merce, o lasciati deperire nell’esclusione e nell’abbandono perché non funzionali alla realizzazione del profitto. Questo è il brillante risultato ottenuto dalla illimitata libertà del capitale, vale a dire dalla sua dittatura: gli esseri umani al servizio dell’economia, non l’economia al servizio degli esseri umani. In Europa e nel mondo, e così anche in Italia.

In tale condizione, dobbiamo constatare che nell’insieme gli orientamenti oggi prevalenti nel variegato mondo denominato di sinistra tendono, come nel passato, a porre in primo piano la questione elettorale, e quindi del governo. Sottostimando il tema cruciale posto dal persistere drammatico della crisi, che reclama una alternativa al sistema dominante, di conseguenza la costruzione di una sinistra in grado di misurarsi con le contraddizioni nuove della modernità capitalistica, e dunque con le concrete condizioni materiali e ideali in cui vive la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Come se il governo fosse il fine ultimo, l’obiettivo prioritario in sé indipendente dai contenuti, e non strumento per cambiare la società, che una sinistra non imbozzolata nella gestione (più o meno astuta) dell’esistente dovrebbe assumere.

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